venerdì 7 ottobre 2011

Taci, anima stanca di godere

Costretto dagli impegni a trascorrere questa notte col video e la tastiera quali unici compagni di vita, mi decido e scrivo.

Così, un po' per tenermi compagnia, un po' per tenervi compagnia,  vi racconto cosa mi è successo in una delle tante passaggiate con me solo e soltanto, tra i viali alberati della poesia, per i sentieri di un mondo fantastico.

Camminavo per le strade, ma senza troppa voglia di guardare il cielo, per una volta, orientato lo sguardo verso tutto ciò che mi accadeva attorno, la mente lontana da ogni sogno plausibile, da ogni surrogato di illusione. 

Apprezzavo il vivere segreto delle cose del mondo, i fenicotteri che intrattenevano dialoghi coi pesci. Ma senza entusiasmo. Curioso sì però, questo sempre. Ero ammaliato dai gioelli che intarsiavano i tronchi degli alberi, e dalle particolari forme di vita che ci vivevano dentro. Scoiattoli dalla testa di gnomi. Pensate un po'! Ma senza entusiasmo. Con l'inerzia di chi vuole vivere però, questo sempre.

E così, in un viale sabbioso che apriva le porte a una spiaggia distante appena due passi dal mare e dalle sue incomprensioni, mi accorgo di avere appena calpestato qualcosa. 

Non una merda, per sfortuna. Che perfino il fetore di un rimasuglio di vacca può essere poetico. No. Ma qualcosa di poetico lo stesso. 

Un foglio di carta. E sopra, scritta con mano tremante, una poesia.


Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai

rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
                                Giaci come

il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.


Non ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse

il fiato…
                Invece camminiamo,

camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case

sono case, le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.


La vicenda di gioia e di dolore

non ci tocca. Perduto ha la voce

la sirena del mondo, e il mondo è un grande

deserto.
                Nel deserto

io guardo con asciutti occhi me stesso.


-C. Sbarbaro-



Quando rialzo gli occhi, mi trovo un immenso deserto davanti. Non posso piangere, perchè non ci sono lacrime. Ma non mi piace questo paesaggio.

Allora me ne invento un altro, dove scappo, ogni tanto...






 Storia finita. E domani, è già un altro giorno.



10 commenti:

  1. Nel deserto

    io guardo con asciutti occhi me stesso.


    meravigliosi questi due versi..

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  2. tu credi nei segni??

    A Madrid trovai due foto di Londra, le misi da parte, mi dimenticai di loro e dopo pochi mesi decisi di trasferirmi..le ritrovai durante il trasloco.. e così tante altre volte..non saprei

    si credo nei segni, anche se a volte trovo difficile interpretarli

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  3. Sunshine: I segni? Certo che ci credo. E quando significano qualcosa? Che fai, quando significano qualcosa soltanto per te? Non puoi condividerli, che si rasenta la follia. Ma sai che esistono! Sono lì. Più chiari dei sogni. Più concreti dei desideri. Più reali e impalpabili. Racchiusi nei ricordi. Come una impronta sulla neve significano che c'è altra possibilità di vita attorno. Solo che di quella impronta non ti accorgi il più delle volte. Cogliere un segno nel suo manifestarsi richiede il possesso di un animo sciolto dal passato e dal presente. Un animo poetico, con un pizzico di follia.

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  4. Sunshine: dimenticavo... mi fa piacere che tu ci sia tra queste pagine.

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  5. Non poter condividere i sogni è davvero frustrante. Ma se si smettesse di sognare si morirebbe più velocemente. Morirebbe la speranza o meglio il desiderio che ci tiene ancorati a questa vita.
    Quando smetterò di sogna tra passato e futuro morirò.


    P.S.
    Non ho compreso il significato del tuo commento da me:(

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  6. Trish: benvenuta... ;)

    Nicole: mai smettere... solo che a volte la realtà assorbe un po' di più... E non posso dire che non sia un bene...

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  7. Eh si caro TraC&T hai detto bene a Nicole:
    "a volte la realtà assorbe un pò di più", tante volte è un bene e tante altre non lo è.

    Le vicissitudini del divenire quotidiano hanno impedito le mie ali fino al davanzale della tua finestra, qui mai manco di scorgere qualche "parentela" d'anima.

    Anche con Camillo Sbarbaro ho intessuto un'amicizia sincera sin dai tempi della scuola grazie alla Sua "Padre se anche tu non fossi il mio". E non mi è sconosciuto neppure il panorama silente della Sua anima stanca di godere che va avanti per inerzia fino a un "se stesso" nudo.
    Fortuna che come dice Sunshine in qualunque deserto si incontra sempre un segno...potrebbe chiamarsi anche presentimento?

    Gz

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  8. ....e poi che dire di Ennio Morricone? lasciamo i commenti ad un silenzio essenziale!

    gz

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  9. Gizeta: bentornata. "Parentela d'anima", come mi piace questa espressione. La commistione di sangue non crea sempre comunione d'anima. Quella bisogna andarsela a cercare per il mondo. Ps: io ho cercato Morricone, mentre Sbarbaro ha trovato me. Pensa che ero indeciso se aprirgli o meno... ;)

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