domenica 29 marzo 2020

La corona di spine


Non è il tempo delle parole. Siamo in guerra. E la guerra è il tempo delle azioni, non delle parole. In questi giorni disperati, ci aggrappiamo a tutto ciò che possiamo. Ma la verità è che non possiamo aggrapparci alle parole. Non possiamo aggrapparci alla poesia. 

Suonano di sconfitta le parole quando lì fuori c'è gente che muore, gente che non ha più il fiato per le lettere. Attaccati a un ventilatore troviamo il nonno e il nipote, i genitori e i figli, il fratello e la sorella. E allora sembra quasi che ciascuno di noi debba stare in silenzio, per rispetto. E per riflettere. 

Le immagini del Papa a San Pietro hanno fatto il giro del mondo. Le parole del Papa hanno avuto un effetto consolatorio, è vero, ma ciò che ha bucato lo schermo è stata la solitudine dell'uomo, sotto la pioggia battente, metafora di ciò che ognuno di noi vive nella propria interiorità. La pioggia è l'inevitabile, tutto ciò che non possiamo controllare. L'evento avverso. Ma la pioggia ha anche una funzione catartica. La purificazione della pioggia è la stessa del fonte battesimale. Siamo chiamati a rinascere come Comunità. A cominciare da domani una nuova vita. Dobbiamo rinascere, sì, e non perché si avvicinino i riti pasquali, ma perché l'uomo è chiamato a vestire i panni di una nuova purezza.

Il nostro mondo stava andando in malora, e allora la natura ha smesso di proteggerci. Ci ha lasciati da soli la natura, oltraggiosa lei, di fronte al volto pietrificato di Dio. Pietrificato, già, come a San Pietro il volto di Francesco. Lui, il primo degli uomini. L'intermediario dell'umanità. L'uomo che si spoglia dei suoi abiti, e rimane nudo, impotente. L'uomo che prega da solo, sotto la pioggia, con la pioggia dentro, le lacrime di tutta l'umanità concentrate nel cuore. Lui, Francesco, si affida a Dio. Noi uomini, ci affidiamo a lui. 

La parola del Papa è parola laica, ma intrisa di religiosità. E' rivolta allo stesso modo a credenti e non credenti. Attraversa l'anima impaurita di chi non può avere certezze rassicuranti. Non dalla scienza, non dalla psicologia, non dalla religione, non dalla persona amata. Siamo distanti, e mai così vicini. Partecipiamo tutti quanti e allo stesso modo al destino del mondo. Ci siamo incatenati a casa, prigionieri di noi stessi. Siamo i carcerieri e i carcerati, siamo i giudici e i colpevoli. Dio ha rimesso a noi i nostri debiti. In questo modo, realizza la sua parola.

Ho sempre pensato che l'uomo per così dire evoluto, l'uomo che ha potuto beneficiare del progresso, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con se stesso. Pensavo a un guerra, una carestia. E' arrivato un virus dal nome stupido ma regale, dalla corona di spine, un virus cattivo e incattivito che continuerà a mietere morti anche quando debellato. Perché  ha invaso i gangli dell'umanità, ha corroso alla radice ogni logica economica, e dunque porterà alla rovina. 

Nel buio che viviamo, dove è difficile che arrivino i raggi del sole, siamo chiamati comunque a vedere. Con gli occhi chiusi, sì, dobbiamo vedere. Il futuro che ci aspetta sarà la nostra liberazione. Dovremo ringraziare gli uomini che sono morti per noi. Dovremo celebrare riti di rinnovamento e di speranza. Dovremo estirpare da noi l'egoismo, l'arroganza del potere e dei soldi, e riscoprirci solidali, uomini tra gli uomini. Dovremo imparare ad amarci veramente. 

Non è il tempo della poesia questo, ma forse, come uomo, io per primo sono chiamato a credere che anche questo sia il tempo della poesia. Si, devo piegare dentro di me ogni resistenza, sforzarmi di trovare un senso, trasformare questo lutto oscuro in luce ridente. E allora, non l'uomo, non il poeta, ma il futuro vi chiama per infondervi coraggio.






Torneremo a vivere su un'isola, mai più isolati.