martedì 3 aprile 2018

Guarire d'amore


Cominciamo con una citazione.



"Immaginatevi questa scena: a tre o quattrocento persone che non si conoscono viene chiesto di formare delle coppie in cui ciascun partner rivolga all'altro una e una sola domanda, ripetuta in continuazione: <<Che cosa vorresti?>>".


Esco per un attimo dalla citazione. Viene descritto un esperimento. In una stanza affollata, una persona chiede a tre o quattrocento sconosciuti di formare delle coppie. Immaginatevi lì. Sì, voi che leggete. Immaginate di avere accanto a voi degli sconosciuti, e di dovere fare coppia con uno di loro. Poi porgete al compagno di ventura una domanda. Lo stesso farà lui con voi: "Che cosa vorresti?". Mi vengono i brividi solo a pensarci.


"Che cosa c'è di più semplice? Una domanda innocente, una risposta. Eppure, tutte le volte questo esercizio di gruppo ha provocato sotto i miei occhi un'esplosione inaspettata di emozioni fortissime. Spesso nel giro di pochi minuti la stanza vibra di tensioni. Uomini e donne - che non sono affatto in condizioni di disperazione o di bisogno, ma al contrario sono persone di successo, perfettamente inserite, ben vestite e brillanti anche nell'immagine - subiscono un profondo sconvolgimento. Si rivolgono a coloro che hanno perduto per sempre - genitori morti o lontani, il coniuge, i figli, gli amici - evocandoli: <<Vorrei poterti rivedere>>, <<Vorrei il tuo amore>>, <<Vorrei poter dire che sei fiero di me>>, <<Vorrei che tu sapessi che ti voglio bene e che mi dispiace non avertelo mai detto>>, <<Vorrei che tu ritornassi...mi sento così solo>>, <<Vorrei l'infanzia che non ho mai avuto>>, <<Vorrei la salute, vorrei tornare giovane. Vorrei essere amato, vorrei essere rispettato. Vorrei che la mia vita avesse un senso. Vorrei raggiungere una meta. Vorrei poter contare qualcosa, essere importante, essere ricordato>>. Quanto volere, quanto desiderare. E quanta sofferenza, così rapida a emergere in superficie da una profondità che dista solo qualche istante. Sofferenza causata dal destino, sofferenza causata dall'esistenza. Sofferenza che non cessa mai di essere presente, al di sotto della membrana della vita, e di lì manda il suo rombo incessante. Sofferenza fin troppo facile da mettere a nudo".

E ancora:

"Tante cose - da una banale esperienza di gruppo a qualche minuto di profonda riflessione, da un'opera d'arte a una predica in chiesa, da una crisi personale a un lutto - ci ricordano che i nostri desideri più profondi non potranno mai essere realizzati: non la voglia di giovinezza né la voglia di fermare la vecchiaia, non la voglia di far ritornare chi se n'è andato per sempre né la voglia dell'amore eterno, della protezione, di una vita che abbia un senso, e tanto meno dell'immortalità. Spesso questi desideri impossibili, questa sofferenza legata a vicende esistenziali, sono causa di un dolore talmente grande da indurci a chiedere aiuto, ai familiari, agli amici, alla religione, talvolta anche agli psicoterapeuti".

Basta, non cito più Irvin D. Yalom e il suo "Guarire d'amore", e vado avanti da solo. Proseguo da quel suo punto finale. Dal bisogno avvertito da un uomo di fronte all'irriducibilità del dolore, di chiedere aiuto. Di fronte ai temi grandi dell'esistenza, al disorientamento, al dolore generato dalla realtà, all'ineluttabilità degli eventi che non possiamo controllare, di fronte a tutto questo, misera oggi appare la soluzione. Chiedere aiuto. Non c'è niente di più logico e banale. Ma chi, mi chiedo, può salvarci dal crollo delle nostre illusioni?

Troppo facile pensare che, al di là di tutto, la vera risposta possiamo ricercarla nell'amore. Be' si, piuttosto comprensibile, di fronte al nonsense della vita, rifugiarsi in quel sentimento che come per incanto risolve tutto, dubbi, contraddizioni, insicurezze. Ma ciò che mi preoccupa di più non è il dubbio se l'uomo possa sopravvivere o meno a una vita senza amore, certamente può farlo, e può farlo senza per forza di cose rispondere alla domanda del "Cosa vorresti?", anzi, probabilmente dovrebbe evitare di porsela perfino, e in questo modo potrebbe andare avanti riempiendo la propria vita di impegni improcrastinabili e idiozie. Ciò che mi preoccupa di più è il verificarsi del caso opposto, ovvero il caso dell'uomo che sceglie l'amore in risposta al quesito del "Cosa vorresti?". Proprio così, mi preoccupa di più l'uomo che sceglie l'amore. Perché?,  vi chiederete voi, in fondo chi sceglie l'amore, grazie all'amore si sente felice. Mi preoccupa per il fatto che l'amore non è mai una scelta consapevole. Mi preoccupa la tendenza dilagante a scivolare nell'amore tipica di chi è in fuga da emozioni dolorose, e allora corre, corre, per mettersi in salvo, ma non ce la fa, e quasi catturato dal nonsense dell'esistenza, a un passo dalla disperazione, scivola sulla buccia di banana dell'amore e senza capirlo si ritrova in uno stato di dormiveglia, in un luogo e non luogo, stordito, in uno stato di beatitudine incosciente, senza nemmeno la forza di aprire gli occhi, intorpidito, anestetizzato, e tutto quel dolore di prima non lo sente più. Mi chiedo che cosa ci sia di nobile in questo trauma cranico che ci ostiniamo a chiamare amore? Mi chiedo che tipo di salvezza possa garantire. No perchè, quando lo stato di intorpidimento finisce, il risveglio è traumatico, e a quel punto si soffre perfino di più.

Mi pare che il più delle volte gli uomini scivolino sull'amore, e che si facciano tanto male. Come guarire da questo dolore? Non parlo del dolore che procura un amore che finisce, no, parlo del dolore della vita, il dolore che ci porta a sbagliare, il dolore che ci fa correre in fuga da noi stessi, il dolore che ci benda gli occhi e che ci fa scontrare, mai incontrare. Come l'uomo possa guarire da questo dolore atavico che si porta dentro, questo mi chiedo. La ricetta è l'amore, mi risponderete ostinati, quello vero. Sì va bene, ma voi a quale tipo di amore state pensando?

Questo è un blog che vuole cogliere il senso poetico dell'esistenza, ma capita a volte di scrivere in un'altra direzione. Mi faccio perdonare, e cerco di recuperare il senso di questa riflessione di oggi citando Jorge Louis Borges. Borges ci esorta a vivere attraverso i fallimenti. Forse non possiamo guarire dal dolore dell'esistenza, ma possiamo certamente riconoscerlo e dargli un senso.



"Con ogni addio impari.
E impari che l'amore non è appoggiarsi a
qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono
contratti
e i doni non sono promesse"



Grazie Jorge Luis compagno d'anima, tu ci metti un secondo.








domenica 18 febbraio 2018

Iniettami in vena l'amore


Facile parlare di dipendenza. Difficile comprenderla. Per capirla fino in fondo, dovremmo essere capaci di riconoscere dentro di noi l'esistenza di uno spazio oscuro, un antro buio, un luogo disabitato, freddo e inospitale che solo chi ha sofferto o soffre riconosce, non come un luogo della coscienza, ma dell'incoscienza, un'area pesante al cuore che non consente di amare.

Dunque, comprende la dipendenza solo chi riconosce dentro di sé uno spazio vuoto. Cosa ha generato questo spazio? E che luogo è? Lo spazio di cui parlo è il luogo creato dalla sofferenza. La sofferenza dell'abbandono, del tradimento, dell'incomprensione, dell'amore che abbiamo riposto nelle persone sbagliate e che si è perso, delle violenze e dei soprusi, dei bisogni non riconosciuti, del latte che avremmo voluto alla bocca e che non era mai abbastanza, delle lacrime, delle guerre e delle domande senza risposta.

La sofferenza di cui parlo è una voragine, una voragine di paura, ansia, diffidenza, disperazione, dolore. Una voragine che genera orrore.

Non è possibile convivere con questa voragine. Prima o poi tutta l' anima per intero vi scivola dentro. Sì, perché la voragine ha le stesse proprietà di un gorgo. Risucchia tutte le energie. Come un buco nero di portata cosmica.

La coscienza, l'essenza di ciò che siamo o percepiamo di essere, la nostra volontà, tenta di rimediare a questa falla. Decide allora di occuparla con qualcosa che ci dia un'impressione di sostanza. Ci prova con l'amore in prima istanza. Il problema è che si rivela presto difficile trovare amore puro. Amore di prima qualità. Amore decontaminato di sostanze tossiche, i pensieri nostri più neri. E allora, piuttosto che iniettarci in vena l'amore, proviamo con la droga. E la droga, lo sappiamo, si prende tutto di noi. In primis, la dignità.

Riporto qui di seguito uno stralcio de "Il quaderno di Maya", di Isabel Allende.


I bagni pubblici erano antri per delinquenti e pervertiti, ma non c'era altra soluzione che tapparsi il naso e usarli, visto che quelli di un negozio o di un albergo erano ormai fuori dalla mia portata, mi avrebbero buttato fuori a spintoni. Non avevo accesso nemmeno ai bagni delle pompe di benzina, perché i dipendenti si rifiutavano di darmi la chiave. Così iniziai a scendere rapidamente i gradini dell'inferno, come tanti altri esseri abietti che sopravvivevano per strada mendicando e rubando per una manciata di crack, un po' di metanfetamine o di un acido, di un sorso di qualcosa di forte, aspro, spietato. Più l'alcol è economico e più è efficace, esattamente quello di cui avevo bisogno [...] non posso rievocare con chiarezza come sopravvivevo, ma mi ricordo bene i brevi istanti di euforia seguiti dalle indegne battute di caccia per trovare un'altra dose.  [...] se avevo soldi compravo tacos, burritos o hamburger che vomitavo subito dopo, in ginocchio, per strada, con interminabili conati, lo stomaco in fiamme, la bocca ferita, piaghe sulle labbra e sul naso, niente di pulito né di bello, vetri rotti, scarafaggi, bidoni della spazzatura, non un solo viso nella folla che mi sorridesse, nemmeno una mano che mi aiutasse, il mondo intero era popolato da trafficanti, tossici, magnaccia, ladri, criminali, puttane e pazzi. Mi doleva tutto il corpo. Odiavo questo corpo di merda, odiavo questa vita di merda, odiavo essere priva di quella merdosa volontà di salvarmi, odiavo la mia anima di merda, il mio destino di merda.

In questo passo Maya ha scelto di vivere in un luogo desolato, lontana dai suoi cari, al freddo dell'indifferenza, strisciante di odio per se stessa e disperazione. Quei bagni pubblici, quei gradini che calpesta fino all'inferno, sono il luogo in cui si riconosce, il luogo che meglio rappresenta il gorgo che si porta dentro. Maya è una ragazza intelligente, che ama scrivere, e intanto è finita lì, stuprata dal suo demone.

Non possiamo comprendere la dipendenza se non capiamo Maya. Maya è l'anima nostra nuda d'amore. Maya è indifesa, fragile. Maya è il fantasma che aleggia nella nostra coscienza. Maya ha paura di affidarsi alle braccia forti di qualcuno. Maya non si fida più di nessuno. Maya è la vita e il contrario della vita. Maya è una storia che nessuno di noi può scordarsi. 

Perdonatemi se vi ho reso tristi. Ma volevo che ciascuno di voi, almeno con la pancia, impattasse la fragilità dell'uomo. La fragilità di Maya può diventare la nostra in qualsiasi momento. Abbiamo bisogno degli altri. Negare questo bisogno, negare di essere naturalmente dipendenti, può portarci alla rovina. 



Negare il nostro bisogno d'amore, non ci farà mai salvi. 

domenica 24 dicembre 2017

Almeno per oggi


Almeno per oggi, non ostentate, siate sostanza. 
Non copritevi di parole, piuttosto concedetevi
il silenzio, caldo, di un abbraccio. 
Aprite il cuore alla gioia, ché 
di tristezza è pieno il mondo. 
E ripetete al vostro cuore che è 
abbastanza grande per accogliere tutti. 
Scegliete una persona a caso 
e specchiatevi nei suoi occhi. Quindi 
cercate di capire se ancora vi piacete, 
e se non è così, sforzatevi di cambiare. 
Adorate gli animali,  tutti quanti. 
Il loro sguardo racchiude il senso di una vita. 
Ricordate che un giorno sarete anziani,
e sentirete di avere ancora tanto da dare, 
e non dimenticate che una volta eravate piccoli, 
e che un dono, per quanto semplice, 
aveva il potere di tenervi svegli 
e allargarvi il cuore.
Onorate il padre e la padre, e non
perché ve lo ordini un comandamento,
ma perchè ogni anno che passa avrete
meno tempo per farlo, e quel tempo
non vi basterà mai.
Circondate di affetto tutti  gli amici 
e i vostri fratelli. Non sono perfetti, 
ma nemmeno voi lo siete.  
E rispettate la vostra donna.
Il suo amore vi ricorderà
che siete ancora capaci di amare.

E se provate un'emozione buona, 
non abbiate fretta di condividerla. 
Vivetela. 






Buona vigilia e buon Natale a tutti
Vi auguro sentimenti purissimi
e la grande gioia del cuore.

- Tra cenere e terra -

giovedì 16 novembre 2017

Amore senza tempo




[...] Non amo che le rose che non colsi.
Non amo che le cose che potevano essere 
e non sono state [...]


Avanti, vediamo chi riesce senza una ricerca su google a rispondere a questa domanda. Chi ha scritto questa poesia? Come si intitola? 

No, non è un esame. In realtà non mi importa sapere se conoscete chi ha scritto questi versi, versi famosi, lo so bene, versi che però come tante altre cose che passano su internet finiscono un po' così, "occultati", e diventano frasi isolate, decontestualizzate, sebbene universali. E allora facciamo un gioco. Chi può aver scritto una cosa del genere? Per quale motivo? Ok, sono versi d'amore. Questo è facile. Cos'altro? Probabilmente sono versi scritti da una persona che si strugge. Ha amato a vuoto, ha amato persone o cose che non si sono mai realizzate, o dispiegate. Ha amato nella fantasia. E' vero. E' così. Vi do un aiutino. Ma cosa c'è ancora che possiamo immaginare? Possiamo calcolare l'età di chi ha scritto questi versi? Pare un tizio che ne ha viste di cose. Un personaggio che ha accumulato esperienze. Dice la sua con la convinzione di dire qualcosa di vero riguardo a se stesso. Non è alle prime armi. Possiamo dedurlo dalla nostalgia che impregna i suoi versi. La nostalgia diventa significativa a una certa età, innegabile. Eppure, tra le righe, è possibile cogliere tutta l'animosità di chi non è ancora adulto. Forse a scrivere questi versi è un giovane, un giovane che ha vissuto delle delusioni, e per attraversarle si rifugia nella fantasia, oppure nei ricordi. Ci siamo, ci stiamo avvicinando alla realtà di questa poesia. C'è un uomo che non è ancora adulto e che traccia un primo bilancio della sua vita. Forse è infelice, forse guardando indietro si vede bambino, e con sguardo trasognato pensa alle infinite possibilità dell'infanzia. 

Questi versi sono stati scritti da Guido Gozzano, e sono uno stralcio di una poesia di infinita dolcezza, una poesia che si intitola "Cocotte".

<<Che vuol dire, mammina?>>
<<Vuol dire cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!>>
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...

Il piccolo Guido ha appena quattro anni quando, nel luogo di villeggiatura in cui sono soliti recarsi i  suoi genitori durante la bella stagione, è attratto dalla vicina, una donna sola che non si sa bene come, gli entra subito nel cuore.

<<Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?>>
<<Sì... vedi la mia Mamma e il mio Papà?>>
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...

Si conoscono così. E allora lui chiede alla madre di quella strana signora, e la mamma gli dice che la vicina è una "cocotte" appunto, una cattiva signorina. Lui crede alla sua mammina, e per un po' di tempo non ci pensa più. 

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
<<O piccolino, non mi vuoi più bene!...>>
<<E' vero che tu sei una cocotte?>>
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupilla di tristezza piene.

Guido si innamora di quello sguardo. Non la rivedrà più. Così si ritrova adulto, e ripensando a quella donna è rapito da un fremito di amore puro. 

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non esser più viva!)
la discesa terribile degli anni?

Si mette nei suoi panni. Chissà se è ancora viva? Chissà dov'è? Chissà che cosa starà provando? E' forse alle prese con l'avanzare dell'età? Non si crede più bella? Lui saprebbe farle scordare tutto.

Vieni. Che importa se non sei più quella 
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!

Saprebbe cosa fare. Saprebbe cosa dire. Adesso saprebbe darle piacere. Questo trasporto ormonale quasi, ci strega. Poi esce di nuovo il sentimento.

Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.

Ho riportato solamente alcuni stralci di questa poesia che vi invito a leggere per intero. La poesia è un ricordo, e in questo ricordo c'è tutta la speranza di felicità di Guido, che, attraverso la sua sensibilità, magnifica la "Cocotte", e la rende immortale nel tempo.

L'amore non ha età, l'amore annulla il tempo. E in questa poesia d'amore, senza tempo, mi son cullato. 

E voi, cosa avete provato voi? Mi piacerebbe saperlo. Da parte mia, riportando questi versi spero di avervi fatto, semplicemente, cosa gradita. 





domenica 17 settembre 2017

Sui libri e sui sentimenti


Sono un appassionato di libri. Utilizzo "appassionato" come sostantivo, e trovo che ha la stessa derivazione etimologica del sostantivo "passione", dal latino tardo passio, derivazione di passus, participio passato di pati, ossia "soffrire". Dunque i libri hanno a che fare con la sofferenza, sebbene un "appassionato" sia colui che esprime passione amorosa, l'ardente, l'infuocato. Dunque posso desumere che io sia a tutti gli effetti un uomo che ama e soffre per i libri.

Non è un caso che in questo momento tra le mie letture vi sia l'"Apocalisse" di D.H. Lawrence. Non che io mi aspetti di subire il giudizio universale, da un momento all'altro, no, non è per questo. Non credo. Leggo Lawrence perchè un'esigenza interiore mi ha spinto a farlo, e Dio solo sa quanto sia importante seguire le spinte che provengono da quella massa informe che chiamiamo inconscio.

Dunque leggo Lawrence e scrivo qui per lo stesso motivo. Per ottenere delle risposte.



<<Succede così - scrive Lawrence - Dopo che un libro è stato scandagliato fino al fondo, che lo si "conosce", che il suo significato è stato ben segnato, dopo, è un libro morto. Esso vive solo fin quando possiede la capacità di commuoverci, in modo "sempre nuovo", fin quando possiamo leggerlo, e ad ogni lettura, trovarlo "diverso" [...] Questione di valutazione, è ovvio: noi siamo così accecati dall'idea di "quantità", anche nei libri, che quasi non avvertiamo quanto possa essere prezioso un solo testo, prezioso come un gioiello, come una pittura meravigliosa sui cui possiamo fermare lo sguardo sempre più in profondità, fino a trarne una sempre più profonda esperienza". Molto, molto meglio leggere un solo libro sei volte che sei leggere sei libri diversi. Perchè se un libro ha in sé il potere di lasciarsi leggere ben sei volte, ciò vuol dire che ad ogni occasione di lettura è in grado di offrirci una più profonda esperienza e arricchirci l'anima di sentimenti e di pensieri. Al contrario, sei libri letti una volta, ci danno soltanto un accumulo di interesse superficiale, consueto di questi nostri tempi moderni: "quantità" senza valore reale. Si tornerà a vedere la massa dei lettori divisa in due gruppi: il grande numero di quelli che leggono per puro divertimento o interesse del momento e una minima quantità di coloro che ricercano i libri che posseggano un autentico valore, capaci di sollecitare esperienze, sempre più profonde.>>


Lawrence scrive di libri, ma mentre leggo mi distraggo, nel senso che mi pare stia parlando di sentimenti e relazioni. E' sconvolgente. Quanti sono i libri che ci hanno cambiato la vita? Quante sono le persone che ci hanno aiutato a divenire ciò che siamo? E quanti e quante invece abbiamo impattato per un'esigenza di puro divertimento, o per un interesse superficiale? Lawrence sembra categorico: tu, lettore, sei fatto in un modo oppure in un altro. Io invece credo che esistano lettori in grado di fare entrambe le cose, di leggere per puro divertimento, tanti libri come sapori diversi, come esperienze diverse, e di leggere con profondità un libro solo, assaporando ogni pagina come fosse sempre la prima volta, leggendo ogni volta con occhi diversi. Amando ogni volta come il primo amore. Alcuni libri ci intrattengono. Altri ci trasformano. L'importante è che tu, lettore, sia in grado di leggerli tutti. Di non rifuggire i primi, e di apprezzare col cuore i secondi.

Quanto a me, leggo Lawrence e trovo una risposta all'interrogativo perpetuo del "Chi sono?". Sono un appassionato di libri, ma questo lo sapevo già. Quello che non sapevo è che sono una persona che vive soprattutto di sentimenti e di relazioni. Soffre magari, a volte, ma è felice lo stesso. E questa è una meravigliosa scoperta.

Un po' scontata dite? Vi assicuro che non è così.







giovedì 27 luglio 2017

Amara Terra Mia



Addio addio... amara terra mia, io vado via.












Ci sono canzoni che si fanno strada dentro, in una nuvolosa sera d'estate. Poche note sibilanti come richiami del vento. Sono le note di chi lascia, di chi lascia andare al destino la vita, di chi abbandona con dolore, di chi si abbandona col cuore, di chi guarda con nostalgia, di chi parte con desiderio e piange. Sono le note di chi rimane e vorrebbe andare. 


Sono note piene di coraggio, e senza coraggio.


Sono note di struggente bellezza.


Sono note di lacrime e poesia. 


Sono note che non voglio asciugare.



Ps: un grazie speciale a Ermal Meta, dispensatore di emozioni.



venerdì 9 giugno 2017

Vivere non è facile



Pensavo fosse semplice vivere, pensavo, sì, insomma, che ci vuole, non devi fare altro che respirare, camminare, mangiare tre o quattro volte al giorno, accomodarti al cesso con buona regolarità, scopare quando capita, e se rimane un po' di tempo, amare, sì, amare, come puoi, come sai fare, per quanto sai dare. Poi c'è da studiare, lavorare, dormire, aprire gli occhi, sempre con buona regolarità. Ridere, sorridere, a volte piangere. Leggere, magari scrivere. Viaggiare, cadere, salire e scendere. Volare, e perché no, sognare. 

Quand'ero piccolo ero assolutamente convinto fosse una cosa facile vivere. E che ci vuole, pensavo, e mentre lo pensavo i miei occhi fissavano il vuoto, come se quel pensare prendesse tutto il campo della realtà, come se non potessi pensare e contemporaneamente guardare anche alle cose che nel frattempo accadevano intorno a me, come se non ne fossi capace. Pensavo, e il mondo attorno a me si svolgeva senza che ne prendessi parte. Un giorno avevo dieci anni, e l'altro venti. Così, senza fatica. Succedeva pure che un giorno ne avessi trenta e l'altro dieci, come sei il tempo non contasse nulla, come se il tempo ce l'avessi dentro.

Incredibile. Perfino oggi che ho sperimentato il dolore della realtà, perfino adesso che so che vivere non è facile, io la penso come allora, e mi accorgo di vivere come quando ero bambino e pensavo e non vivevo, oppure vivevo senza pensare. Le cose accadono, a mi pare di non avere alcun potere su di loro. La vita si svolge a prescindere da me, dalla mia capacità di dare e di ricevere, dalle mie qualità e dai mie difetti, dai miei successi e dalle mie sconfitte. E che ci vuole, penso oggi come allora. E' per davvero semplice vivere, in quanto nulla dipende da me. 

Dal momento che non ho alcuna presa sulla vita, preferisco leggere. 


"A trentanove anni si cominciano a vagliare le cose con una certa lucidità, si distingue il grano che serve a nutrire la vita (amore, amicizie, lavoro), da ciò che è stato la fiammata di un momento, inutile persino per scaldarsi. Ci si aggrappa ai libri che veramente ci hanno segnato, si comincia a rileggerli e si può fare a meno di tutti gli altri. Rimangono gli amici veri, gli amori fedeli, l'impegno quotidiano in un lavoro, magari non riconosciuto dalla folla, che però serve, eccome se serve, perché è al servizio degli altri ed è il dispiegarsi della propria capacità di riparare. A trentanove anni rimane al centro del mio cuore l'amore grande, quello che nessuno può rovinare, l'amore che cura, l'amore che sostiene, l'amore che tace e che parla, l'amore che fa sanguinare e sognare, l'amore che salva perché è fedele e duraturo. E si fa strada nel cuore, come un'alba dopo la notte, la certezza che non può finire, perché è un amore che unisce gli impossibili: terreno e celeste, divino e umano, battagliero e pacificante". (Alessandro D'Avenia)


Succede a volte, per fortuna, che le parole scritte esercitino su di me tutto il loro potere. Che mi aiutino a dare concretezza alla mia vita, a unire i pensieri alla realtà. Leggo tutto ciò che mi aspetta o che sto già vivendo, e mi rassereno. Qualcosa, nella mia vita, dipende da me, da tutto cio' che faccio o che ho fatto. Da quanto ho scritto oppure detto. Grazie alla lettura della parola scritta, io vivo, e comprendo che vivere non è facile, okay, ma, in fondo, è l'unica cosa che conta.