mercoledì 31 luglio 2019

Il silenzo degli innocenti


Non vuole essere la celebrazione di un film. Riflettevo sul titolo, su come alcune volte gli innocenti siano persone costrette al silenzio. Persone che non hanno più il fiato di gridare. Vittime private della parola, esseri senzienti abbandonati al proprio dolore. Chiunque gridi a squarciagola raggiungerà prima o poi il limite che è iscritto nelle corde vocali, e cederà, si, cederà, come cede il pianto di un bambino all'indifferenza della madre. 


Chi ha sofferto troppo, chi ha subito tante delusioni, chi non ha raggiunto la gioia ma ha dovuto barcamenarsi tra le incombenze di una vita difficile, chi non ha  mai trovato una morale, chi non è riuscito a rifugiarsi nell'arte, chi non ha dato un significato trascendente alla propria vita, chi non ha trovato il senso della solidarietà e dell'aiuto come fuoco caldo di ristoro, chiunque abbia perso la religione come la fede nell'amore, chiunque sia rimasto per troppo tempo da solo con se stesso fino a sperimentare l'horror vacui, chiunque abbia guardato alle ombre per troppo tempo e sia rimasto ferito dalla luce, chiunque tutto questo, semplicemente, se ne sta in silenzio, non parla più. Guarda dritto davanti a sé, ma non vede nulla. Nessuna follia a colori squarcerà il velo della sua indifferenza. Nessun conforto gli porterà sollievo. 


Mi chiedo, il suo è un silenzio innocente?


Questa domanda mi desta da un lungo letargo. E' sopraggiunta quasi all'improvviso, ed è divenuta un post. 

Se l'uomo è artefice del proprio destino, allora anche l'innocente lo è. E se l'innocente può rimproverarsi delle colpe, allora quali sono le colpe dell'innocente? E' forse una colpa la fragilità dell'innocente? E' forse una colpa esser nato in una famiglia piuttosto che in un'altra? E' una colpa non aver ricevuto amore abbastanza da poterci credere ancora nell'amore? E' una colpa aver subito violenza? E' una colpa trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato? E' una colpa finire stritolati nell'abbraccio mortale di carnefici travestiti da angeli, vittime pure loro ma incapaci di accettare la propria condizione fino al punto di infliggerla ad altri? E' una colpa da ricercare, in fondo, la morte?


Le vittime innocenti sono agnellini in procinto di morire, quando non gridano più. Questo è un post inquietante, mi rendo conto,  ma talvolta la profondità ha un prezzo.


Di seguito uno spezzone tratto dal film "Il silenzio degli innocenti". Lo riporto per alleggerire la tensione che avverto nell'aria. :)









domenica 7 aprile 2019

La muta dell'anima




Non mi sento più l'anima. Già, l'anima di prima, l'anima che mi portava a scrivere in un certo modo, a vivere in un certo modo, adesso non c'è più. Le cose, gli eventi, le persone mi appaiono lontane, come se mi fosse impossibile connettermi con loro come facevo in passato, con entusiasmo infantile, desiderio, passione e, dopotutto, sincero interesse. L'altra volta leggevo che, mediamente, è a trentasette anni che ci si rende conto di essere adulti, e che tutto ciò che prima contava a dismisura, da quel momento non conta più. Come se a quell'età si realizzasse una muta, e una nuova pelle si sostituisse alla precedente. La pelle dei serpenti è composta da due strati distinti, il derma, lo strato più profondo, e l'epidermide, lo strato più superficiale. Durante la muta, i serpenti cambiano soltanto l'epidermide e non il derma, liberandosi dello strato vecchio sotto il quale si è formato lo strato nuovo. Per fattori legati all’accrescimento a quanto pare. Da sempre mi affascina il fenomeno della muta, ma soltanto adesso capisco perché. Questo interessante fenomeno riguarda anche l'uomo. Ciò che nei serpenti si realizza a livello superficiale però, nell'uomo si realizza a un altro livello, più in profondità.


Come muta la pelle, muta l'anima, e forse è per questo che non mi sento più l'anima, perché quella di prima, semplicemente, non c'è più. Adesso mi trovo a convivere con un'altra anima, un'anima che si è sostituita alla precedente, un'anima che ancora non conosco. Si è fatta spazio lentamente, con una regalità che mi ha lasciato di stucco. Lei si muove al di sopra dei pensieri della gente, non è interessata al giudizio degli altri. E' severa ma composta, pacata e ordinata, ma distante. Non viene raggiunta e non raggiunge. Se ne sta lontana, in un mondo tutto suo. E' indecisa, non sa dove riversarsi, ma d'altra parte non vuole più spendersi in battaglie che non sono le sue. E' orgogliosa, si vuole bene, si concede qualche trasgressione, ma lo fa sapendo che non ha più bisogno di trasgredire, come per una necessità di sperimentarsi nelle situazioni che coinvolgevano l'altra anima, quella che adesso non c'è più, come per una necessità di scoprirsi diversa. Migliore forse. Guida il corpo con attenzione, per evitargli infortuni, e respira, respira a pieni polmoni, senza più intossicarsi di male. Ha riscoperto una nuova purezza, e non vuole macchiarsi di colpe che imporrebbero alla coscienza di fare nuovamente i conti con se stessa.  E' rispettosa, e pretende rispetto. Dà molto, e pretende molto, che poi quel "molto" che pretende, non è altro che affetto. Ecco, quest'anima che ancora non conosco ma che mi porto dentro già da un po', è alla ricerca di relazioni vere, di persone vere, di gioie e sorrisi, di minuti buoni spesi bene, di occhi sinceri, di allegria, di risate che non abbiano nulla dell'euforia dei tempi passati, ma che provengano dal cuore, di amori forti, tenaci e mai violenti. E' un'anima che sente freddo quando c'è freddo, e caldo quando fa caldo, e per quanto banale possa sembrare questo elemento, forse, tra tutti, io dico, è il più importante. E' un'anima che è connessa col clima, con i movimenti terrestri, coi cieli azzurri e quelli grigi, un'anima che gode del sole ma non si scotta, che assapora ma non cerca per forza la sazietà, è un'anima che conosce il valore del digiuno, non si lascia andare a facili entusiasmi, ed è parca di carezze, nel senso che non le regala e nemmeno le elemosina. Quest'anima mi ha chiesto il permesso di entrare nella mia vita. Le ho risposto che poteva farsi strada, che poteva sostituire del tutto la vecchia se l'avesse ritenuto necessario. Mi sono affidato a lei, l'ho chiamata la mia regina. E adesso è qui con me, anche mentre scrivo. Non la conosco ancora, è vero, ma ho imparato ad apprezzare i suoi silenzi, e a darle voce quando ha qualcosa di importante da dirmi. Ho imparato a vivere senza nulla toglierle, e questo mi rende orgoglioso, a prescindere da ciò che la vita in questo momento ha da offrirmi, che come sempre non è molto, ma non è nemmeno poco. Sento che non somiglia, quest'anima, né alla Mia Martini di Minuetto, né alla Sally di Vasco. Della prima non ha il desiderio di perdersi nell'amore costi quel che costi, della seconda non ha il viso provato dai fallimenti della vita.

























Sembra che abbia perso un po' di energia vitale quest'anima, ma non è così. E' semplicemente cresciuta in consapevolezza, e ha desideri più grandi.



E voi che mi dite? Che cosa è successo, in tutti questi anni, alla vostra anima? L'avete fatta la muta dell'anima, o stiracchiate ancora la precedente, come un vestito che debba starvi bene per forza? Avete ancora paura di crescere, oppure avete già trovato, nel vostro cuore, una nuova canzone?












venerdì 25 gennaio 2019

Come nelle favole


- Arnold, iniziamo una relazione, okay?
- … Vale a dire?
- Oh, non fare il "diffidente". Cosa vorrà mai dire, secondo te? Una "relazione". Tu trombi solo con me e io trombo solo con te.
- Tutto qui?
- Be', certo, in gran parte. E io ti telefono anche un casino durante la giornata. E' tipo una paranoia… non posso dire "neppure" paranoia? Okay, è una "compulsione". Okay? Cioè è tipo una faccenda che non posso farne a meno. Cioè ti telefonerò in ufficio un "casino". Perché mi gira bene che tutti sanno che appartengo a qualcuno. Questo l'ho imparato dai cinquantamila dollari che ho passato allo strizzacervelli. Cioè tutte le volte che ho un lavoro, tipo che appena arrivo, ti chiamo e ti dico ti amo. E' coerente?
- Certo.
- Perché è proprio quello che voglio essere: "così" coerente.


Ma quand'è che siamo divenuti "un casino" coi sentimenti? Da quando, cioè, non abbiamo più nemmeno la pallida idea di che cosa significhi stare in relazione? Costruiamo delle relazioni che si basano sull'affinità privilegiata del buon sesso e delle risate, delle cose da fare insieme per occupare meglio il tempo, è vero, ma anche sui patti poco chiari della durata di un'emozione, del non importa che vi sia un sodalizio di intenti, una visione comune, un'etica da rispettare, una morale da condividere. "Mai", come fosse una minaccia insopportabile, un insulto alla libertà sancita dal nostro egoismo, il definirsi, semplicemente, due persone che stanno insieme. Che stanno bene insieme. Mai definirsi, mai giudicarsi coppia, cappio, coppia cappio, quasi due sinonimi, come se la coppia fosse un cappio che toglie l'aria e impone la morte. Già, l'amore come la paura di morire, e dall'altra parte, il desiderio continuo di ciò che non abbiamo o che desideriamo come la relazione ideale, perennemente appagante, felice fino al parossismo. Intollerabile perché irreale. L'altra faccia della stessa paura.


Così scappiamo, perché ce la facciamo sotto. Ci creiamo comodi rifugi della mente, ci convinciamo che non ci sia sentimento che valga la pena, che la vita scivola via e dobbiamo afferrarla in qualsiasi modo, da soli. Che la bellezza sia l'eterno valore, e che la gioventù perpetua e il godimento siano le uniche soluzioni per una vita degna di essere vissuta, digerita, metabolizzata. Eliminata.


Succede che io preferisca la bellezza e la sensualità alla bruttezza e alla frigidità, perciò dove sta la tragedia? Che bisogno c'è di vestirmi come un burino di Las Vegas? Perché deve incatenarmi a una tazza del gabinetto per l'eternità? Per avere amato una ragazza allegra? - Amare? Tu? Ma vattene! Amare "se stessi", ragazzo, ecco come lo chiamo io! Con un "sé" a lettere maiuscole! Il tuo cuore è un frigorifero vuoto! Il tuo sangue scorre in cubetti! Mi stupisco che tu non cigoli quando cammini! La cosiddetta ragazza allegra - come minimo, allegra! - è stata semplicemente un'altra tacca bella grossa sul tuo uccello, "e tale è il suo unico significato", Alexander Portnoy! Che fine ha fatto la "tua" promessa? Disgustoso! Amore? A come amoralità. A come autofilia!


Ecco cosa succede nell'animo di chi non sa amare. Il riconoscimento disperato di un inganno rivolto a se stessi. Un barlume di coscienza nel buio della desolazione. L'orgoglio che cerca di spezzare il dolore del deficit, della mancanza dell'amore. Una battaglia persa in partenza.


Tutti gli errori sono dei genitori, vero Alex? Le cose negative sono colpa loro, quelle positive sono merito tuo! Ignorante! Senzacuore! Perché sei incatenato a un cesso? Te lo dico io: legge del contrappasso. Così ti potrai menare il bigolo fino alla fine dei tempi! Spugnettarti il tuo prezioso pistolino ad infinitum! Avanti, masturbati, Commissario, che è poi l'unica cosa a cui ti sei donato anima e corpo: il tuo fetente uccello!


Dopo  che la coscienza ci ha demolito l'orgoglio, dopo che abbiamo vomitato tutto il nostro dolore nel cesso, siamo pronti per ripartire. Mettiamo un po' di amore verso noi stessi nel motore, e ricominciamo a sognare, a fantasticare, perché nelle favole in cui crediamo c'è la parte più bella di noi, tutta la nostalgia dell'amore che non possiamo provare. Vero Alex?











Ps: in corsivo, dei passi tratti da: "Lamento di Portnoy", di Philip Roth.


lunedì 31 dicembre 2018

Cari amici vi scrivo


Viviamo nella vita reale, si sa. Però viviamo anche in questo grande mondo virtuale che sappiamo essere divenuta l'esistenza. Così, volendo tracciare un bilancio di questo 2018, ho scelto, come punto di osservazione, la vita degli altri. Ho dedicato alcune ore del mio riposo a curiosare nelle bacheche di Facebook, nei profili Instagram, e negli account Twitter dei miei amici, e mi sono accorto che di cose importanti, quest'anno, ne sono capitate. 

C'è chi ha deciso di cambiare lavoro, città, vita, e chi ha deciso di impiegare un poco meglio il proprio tempo. C'è chi ha viaggiato un sacco e ha imparato, e chi si è detto comunque contento di essere tornato. C'è chi ha cominciato a studiare seriamente, per dare consistenza alla propria persona, e chi ha deciso di lavorare sodo, per dare consistenza al proprio conto in banca. C'è chi ha scoperto di avere un talento, e chi invece ha capito di non essere tagliato per questo o per quello, ma ciononostante, è rimasto in piedi. C'è chi ha goduto dell'arte e del sesso, quasi allo stesso modo, fugacemente, e chi ha deciso di fare di ogni selfie un vanto, perché ne aveva bisogno capite?, e per questo non merita di essere condannato, ma incoraggiato con un like pieno di affetto. C'è chi ha combattuto battaglie di civiltà, chi ha gridato al mondo che siamo tutti uomini e tutti uguali, chi si è dispiaciuto, indignato, incazzato per questa umanità insensibile che si benda gli occhi per celare alla vista, la propria, il dolore degli altri. E c'è chi ha pianto, non importa se lacrime di gioia o di disperazione, ma ha pianto, si è abbandonato all'emozione e si è riscoperto fragile, proprio per questo, forse, incredibilmente forte. C'è chi ha avuto la gioia di diventare papà, mamme che hanno scoperto abilità che non credevano di possedere, zii e zie, cugine e nipoti, amici che hanno gioito con loro, per questa magnifica esperienza che è, la genitorialita'. C'è chi ha messo il proprio cuore nelle mani di un altro, perché ha scoperto che l'amore è prima di tutto donarsi e oggi è più che mai orgoglioso di averlo fatto. E poi c'è chi invece questo cuore l'ha perso, ma é rimasto comunque grato di aver amato, ché si sa, è meglio amare e soffrire che non aver amato affatto. C'è chi ha subito una perdita, chi è uscito con le ossa rotte da una sfida, chi ha smarrito la speranza, e c'è chi invece ha vinto e ha avuto pure la forza di trascinare questo vecchio mondo con energia, impegno e costanza. C'è chi ha creduto nella poesia, chi ha tradotto questa convinzione in versi, e c'è chi si è adoperato per lasciare al silenzio le emozioni migliori. Infine, c'è chi ha detto che in questi giorni siamo tutti più buoni. Ecco, io a questi non credo, perché se c'è una cosa che ho capito leggendo tra le righe delle vostre emozioni, è che indipendentemente dai pregi e dai difetti che abbiamo, tutti quanti ogni giorno combattiamo per ciò che riteniamo sia il bene. Sapete cosa penso? Tutti quanti siamo sempre buoni. Si, insomma, mi pare che stiamo facendo del nostro meglio. Se dobbiamo augurarci qualcosa, allora auguriamoci, senza paura di mostrarci ipocriti, di continuare così. Sarà la nostra coscienza a renderci felici, o quantomeno a suggerirci quali accorgimenti adottare per essere migliori. 

Cari amici vi scrivo: non abbiate paura di vivere. Questo vi auguro con tutto il cuore per il prossimo anno. Stanotte brinderemo insieme col pensiero. Auguri!





lunedì 24 dicembre 2018

Come ogni vigilia


Chi mi ha seguito in questi anni lo sa. Per me la vigilia di Natale è il giorno più bello dell'anno. Anche quest'anno avrò la fortuna di trascorrere questo giorno con le persone che amo di più, e per questo sono felice. Vorrei trattenere nel mio animo i sentimenti buoni, perché da qualche tempo ho paura che la parola mi porti a disperderli. Per celebrare questo giorno condividerò allora un pensiero di Osho. Decido di farlo in un giorno che è importante per il Cristianesimo, e se lo faccio, è perché l'amore è un sentimento universale, appartiene a tutti, e non credo vi sia un credo religioso che ci insegni ad amare meglio di un altro.

"L'amore non può essere appreso, non può essere coltivato. L'amore acquisito non sarà affatto amore: non sarà una rosa autentica, ma solo un fiore di plastica. Se apprendi qualcosa, significa  che quel qualcosa viene da fuori, dall'esterno, non è frutto di una crescita interiore, e l'amore dev'essere una tua fioritura interiore, se vuoi che sia autentico e reale. L'amore non è acquisizione, ma trasformazione. Non hai bisogno di imparare le vie dell'amore, ma di disimparare le vie del non amore. Occorre rimuovere gli ostacoli, devi eliminarli; a quel punto l'amore è il tuo essere, naturale e spontaneo. Una volta rimossi gli ostacoli, gli scogli che ostruiscono il cammino, tutto riprenderà a scorrere. Benché nascosta dietro un'infinità di rocce, la sorgente dell'amore è già in te: è il tuo stesso essere." (Osho, Innamorarsi dell'amore).

Le parole di Osho sono parole di verità. Crescendo ci scordiamo che cosa sia l'amore. Ciò che vi auguro è di riscoprire in voi l'amore, e di lasciarlo fluire, ché in fondo amare è piuttosto semplice. Liberatevi dal condizionamento dei vostri genitori, nel bene e nel male. Non aspettatevi la perfezione e amate le persone comuni, non c'è nulla di sbagliato nelle persone comuni, sono le persone ordinarie a essere straordinarie nella loro unicità, e per la vostra. Infine, donatevi senza condizioni. L'amore è un dono, mai una pretesa. E' questo che Osho suggerisce perché in noi si realizzi la trasformazione necessaria alla fioritura di questo splendido sentimento che è l'amore, ed è questo che mi sento di suggerirvi.





Che questa sia una sera di miracoli per tutti voi.
Buona vigilia a tutti.


domenica 9 settembre 2018

Lo stile dell'autenticità


Oggi non sono attratto da nulla che non sia autentico. Mi attirano le cinghiate ben assestate sulla schiena, il crepitio dell'olio di una padella, il silenzio che segue a una domanda, il sapore di una pesca matura, la forma di una scarpa usata, il suono di un violino, gli occhi di un anziano, il sole di mezzogiorno che avvampa la pelle, la dignità di un albero, il pianto capriccioso di un bambino, il vuoto di quel nome che la memoria ha perso.

Non ho particolare interesse per il senso delle cose, per i ragionamenti sofisticati, le scritture ampollose, le passioni sociali. Rifuggo la malattia, il dolore, la morte. Provo noia per le intuizioni, le battute intelligenti, le risate alcoliche, i vizi e le virtù delle persone. Ho bisogno di definire le cose, capite?, di attaccarmi a tutto ciò che è reale. Non che il pensiero mi abbia stancato, semplicemente non lo trovo utile. La realtà dei sensi invece, quella mi interessa. Cerco di respirare quanto più a fondo possibile, di liberare le mie orecchie dal frastuono della quotidianità. Mi concentro su ciò che è essenziale. Leggo, tocco, sento. Apro e chiudo gli occhi velocemente, per capire se sogno o son desto. Niente di ciò che vivo col pensiero mi sembra reale, e allora concentro la mia attenzione sui particolari, raschio il fondo delle percezioni, arrivo alla sostanza delle cose. E mi sento vivere.

Se leggo, leggo chi mi sbatte in faccia proprio questa realtà. Senza fronzoli, nuda e cruda, com'è. Se ascolto musica, lascio che a sorprendermi sia qualcosa di nuovo, non ancora udito o intentato. 

Non scrivo qui da un po', e siccome penso che anche un luogo come questo, un blog, abbia una sua sostanza, e che dietro la sostanza delle cose vi sia la sensorialità del tatto, delle dita che sbattono sulla tastiera nel caso specifico, approfitto di questo tentativo di dare consistenza alla pagina per condividere con voi due spunti piuttosto concreti che hanno a che fare con lo stile. 




Lui è Charles Bukowski (interpretato da Ben Gazzara), e di stile se ne intende.




Lei è Martina Attili, e a sedici anni dimostra di avere stile, ammettendo a cuore aperto di soffrire di cherofobia, ovvero  della paura, così comune oggi, di essere felici.




Ecco, forse ho scritto questo post per dirvi, semplicemente, che ha stile tutto ciò che è intrinsecamente autentico. E se siete fatti in un modo che non piacete, e qualcuno vi ha chiesto di cambiare, voi non temete. Siete belli così come siete. 

venerdì 29 giugno 2018

Niels Lyhne e l'amore di Fennimore


Se gli uomini leggessero, se solo si sforzassero di farlo, probabilmente capirebbero che tutte le ragioni della vita che andiamo cercando possiamo ritrovarle nei libri. Se sapessero che i libri contengono le risposte, e che ancor di più contengono le domande, i segnali stradali che ci indicano la via giusta da seguire per non perderci in mezzo alla banalità di questa esistenza, se fossero a conoscenza di tutto questo, probabilmente dedicherebbero le ore più liete della loro giornata alla lettura, e si rifiuterebbero di impiegare il loro tempo utile di solitudine in altro modo. Non tutti i libri sono uguali però, non tutti gli scrittori sono uguali. Dunque non tutti i libri contengono le risposte, e non tutti i libri contengono le domande che sono utili a spaziare col pensiero, ad allargare la mente. Perfino a crescere. 

Alcuni libri intrattengono. Altri spaventano. Altri ancora affannano. Poi ci sono i libri che innamorano, e altri che svelano il tradimento dell'amore. Ci sono i libri che crescono, si, coi loro personaggi, e i libri che affrontano il tempo, con tutte le sue distorsioni e i suoi incanti. Ci sono i libri stupidi e i libri che annoiano. Quelli che informano e quelli che contengono le foto, finestre aperte verso il mondo. Ci sono i libri di poesie, e i libri dei poeti che non scrivono poesie. E poi ci sono i libri che non finisci mai di segnare, perché ti stimolano continuamente, e a ogni riflessione ti portano dentro, sì, proprio dentro di te. Ho letto diversi libri in questo periodo, giacché a volte preferisco farmi cullare dalle onde delle parole piuttosto che farmi ustionare dal sole della realtà. Tra tutti un libro mi è entrato nel cuore.

Jens Peter Jacobsen. A chi dice qualcosa questo nome? "La poesia moderna è spesso nostalgia della vita" scrive Claudio Magris a proposito di ciò che incarna il personaggio di Niels Lyhne, protagonista del libro che sto leggendo, dal titolo "Niels Lyhne", di Jens Peter Jacobsen appunto.

Se dovessi riportare tutti i passi che ho segnato, finirei per scrivere un altro libro, soltanto un po' più breve dell'originale. Dunque mi limiterò a un passaggio, un passaggio delicatissimo, un passaggio che mette a confronto la sensibilità del poeta, e tutta la rabbia di una donna che incarna la verità della sofferenza.

"Hai voglia di litigare con me, vero?"
"No, affatto. C'è solo una cosa che vorrei dirti. Non te la prenderai per un po' di franchezza! Dunque, senti, non ti pare, per esempio, che se un uomo vuole raccontare qualcosa di un po' volgare in presenza di sua moglie, o qualcosa che tu giudichi come una mancanza di riguardo nei suoi confronti, sia un po' insulso da parte tua protestare, mostrandoti esageratamente sensibile e cavalleresco? Non si dovrebbe supporre che il marito conosca sua moglie meglio degli altri e che sappia che può dire certe cose senza infastidirla né offenderla, altrimenti non lo farebbe, non è vero?"
"No, in generale non è vero, ma in questo caso, se lo dici tu, posso anche dire di sì."
"Si, credimi. Stai pur certo che le donne non sono quegli esseri eterei che molti giovani ingenui sognano; non sono affatto più delicate degli uomini, e affatto diverse; credimi, l'argilla con cui furono impastati entrambi era la stessa, un po' sporca."
"Mia cara Fennimore, grazie al cielo non sai quel che dici. Sei molto ingiusta verso le donne, e verso te stessa. Io credo alla purezza della donna."
"La purezza della donna! Cosa intendi per la purezza della donna?"
"Intendo...ecco..."
"Tu intendi... te lo dico io cosa intendi: non intendi un bel niente, perché anche questa è una delle vostre delicatezze assurde. Una donna non può essere pura, non deve esserlo. E come potrebbe? Cos'è questa idea contro natura? E' per questo che è stata creata? Rispondi!...No, mille volte no. Che pazzia è mai questa? Perché con una mano ci innalzate fino alle stelle, mentre con l'altra siete costretti a trascinarci in basso. Non potete lasciarci camminare semplicemente sulla terra al vostro fianco, essere umano accanto a essere umano, e nient'altro? Ci diventa impossibile procedere con passo sicuro in mezzo alla prosa, quando ci avete accecate con i fuochi fatui della vostra poesia. Lasciateci in pace, per amor di Dio, lasciateci in pace!". 
Si sedette e pianse.

In questo frammento Niels parla con Fennimore, una ragazza che ricorda fresca e vitale e che aveva tanto amato prima che lei scegliesse di sposare il suo migliore amico, Erik. Un matrimonio felice e sostenuto dalla forza dell'amore, fino a quando, a un certo punto, le cose cambiano, quando Erik, un artista, perde tutta la sua creatività nel rapporto matrimoniale, vissuto in un fiordo, nella calma dei sensi più assoluta, senza stimoli, e si abbrutisce, di fatto abbandonando la moglie alla sua solitudine. Niels sa che la delusione di Fennimore nasce dal crollo dell'illusione del suo amore e dalla sopraggiunta consapevolezza che il suo venerato Erik, a cui era andata in sposa con tanta gioia, non è che un comune mortale, e la compatisce profondamente.

"... la donna che dal letto di porpora dei sogni è precipitata sul selciato, arriva facilmente a odiare chi voglia stendere su quelle pietre tappeti, poiché, nel suo avvilimento, è proprio quella durezza che vuole sentire, non le basta percorrere la strada a piedi, vuole trascinarsi in ginocchio, e proprio dove la strada è più ripida e le pietre più taglienti. Non vuole aiuti, né mani che la soccorrano, non vuole alzare il capo, lascia che ricada di peso, fin a premere il volto nella polvere e a sentirne il sapore con la lingua."

Adoro questo passo, perché da un lato c'è il poeta, capace di una sensibilità profonda che non sanguina di realtà, e dall'altra c'è la donna che ha amato con tutto il suo cuore e i suoi nervi prima di giungere alla consapevolezza del fallimento. Da una parte l'uomo che in passato ha amato senza essere ricambiato e adesso compatisce. Dall'altra la donna che, schiacciata dalla grandezza del suo amore, decide di non risollevarsi più. Un atteggiamento così appassionato può essere soltanto della donna. L'uomo non può comprenderlo.

Ci sarebbero tante altre cose da dire su questo libro, ma in fondo questo è un post che vuole trasudare di desiderio per la letteratura, ma senza esaurirlo, e per queste ragioni io oggi termino qui.