Perchè creare un blog sulla poesia? Nessuno la legge. Mi sono detto. Poi mi sono accorto che più lo masticavo questo pensiero, e più lo digerivo. E, adesso che l'ho eliminato, mi sento finalmente pronto. Per una risposta. Scrivere di poesia è riconoscere il mondo sommerso che dà linfa all'altro mondo, quello che abitiamo. Questo blog vuole dare spazio alle parole. A quelle che diffondono e attraversano lo spazio come note. A quelle ancora nascoste.
Tra la cenere e la terra.
Sarebbe bello cominciare ogni nuovo anno come fosse il primo della vita. Concentrare propositi, pensieri e speranze all'interno di quel nucleo denso di materia che è la coscienza in divenire di un nuovo essere che nasce. Sarebbe bello se ogni nuovo anno fosse per davvero nuovo, intonso, pulito, candido, come una pagina bianca in attesa delle parole. Sarebbe bello, già! Sarebbe bello. Sarebbe bello?
Sarebbe bello se ogni nuovo anno fosse il primo?
Più che riporre fiducia nel futuro, preferisco ribadire, nel presente, la mia incondizionata adesione al passato. Io, come tutti quanti, sono il prodotto algebrico di tutte le scelte che ho fatto, delle persone che ho incontrato, delle pagine che non ho scritto e di quelle che ho macchiato col sangue, dei libri che ho divorato, dei lutti che ho sofferto, degli anni che ho imparato e di quelli che invece ho scordato.
Non ho voglia di ricominciare tutto da zero, sebbene i ricordi più belli appartengano al passato della mia infanzia. Ho voglia di andare avanti trascinandomi dietro il bagaglio di ciò che sono e sono stato. Potrà essere faticoso, ma a ogni sosta di questo viaggio, in ogni albergo in cui riposero', anche soltanto per una notte, sarò a casa.
Sento il peso dell'età, è vero. Ma mi piace un sacco sentirmi vissuto. Ogni nuova ruga è una tacca. Non sono più una piantina, ma un albero di frutti succosi.
Stamattina Palermo si è svegliata con un sole brillante. Non c'è per forza bisogno di un camino per sentire il calore sulla pelle. E allora mai come oggi, per le strade, i vagabondi cercano di scaldarsi ai suoi raggi. C'è da sciogliere il ghiaccio che si portano dentro. Lo stesso ghiaccio che ci portiamo dentro noi, accumulato non in questi giorni di inverno piuttosto clementi, ma nei mesi primaverili, estivi e autunnali, mesi di paura, diffidenza, dolore.
Oggi il sole sembra sorriderci. Mi sembra un sole carico di speranza il sole di questa vigilia. In fondo tutto ha un inizio e una fine. Anche una pandemia. Bisogna avere pazienza, ci siamo quasi.
Vi auguro di vivere giorni pieni di sole, senza cattivi presagi o brutti ricordi. E che la notte di questa vigilia vi regali pure i sogni.
Non c'è una profonda o così netta distinzione tra l'essere vivi e l'essere morti. È esperienza comune infatti sentirsi morti quando si è vivi, e sentire vive, presenti, sempre, delle persone che oramai non ci sono più.
Scrivo per ognissanti piuttosto che per il giorno dei morti, intanto perché mi pare sia un giorno di sospensione, di preparazione quasi alla visita ai defunti, come se i santi che ci proteggono possano metterci in contatto con le persone che non ci sono più, vettori di emozioni, e catapultarci da un giorno in cui la morte viene esorcizzata attraverso riti popolari (halloween), a un altro in cui la morte viene accolta in una dimensione interiore e insieme nello spazio fisico di una tomba (il giorno dei morti).
Scrivo in questo giorno anche perché mi pare non si debba scherzare con la morte. Come se scrivere di morte chiamasse altra morte, e in questi giorni, di virus e negatività, la cosa forse non sarebbe bene accetta.
Non c'è dolore che non venga attutito dalla distanza, sia essa spaziale o temporale, e questo lo sanno bene i vivi. Ma lo sanno anche i morti, se scegliamo siano essi vivi, nel nostro cuore, così che non sappiamo se le emozioni che proviamo siano del tutto nostre o anche un po' loro, essendo l'amore che ci lega una forza contaminante, cellula a cellula, ricordo con ricordo, passione per passione. Gene in ogni singolo gene.
Siamo vivi e morti insieme, carne che si rinnova e deperisce, tempo trascorso e presente, pensiero della fine e desiderio di contatto. Occhi fissi a una foto, lacrime di mistero.
La foto di ogni nostro congiunto ci ricorda che abbiamo sofferto. E che nonostante tutto, siamo rimasti in vita.
Ci sottovalutiamo. Pensiamo di non essere capaci di affrontare certi dolori ma poi, alla prova dei fatti, dai meandri inesplorati del nostro organismo emergono minute molecole di sopportazione che si mischiano alle piastrine del sangue e irrobustiscono il corpo e ci fanno sopravvivere, malgrado ogni tentazione di arrendevolezza, come se Natura sapesse quanti dolori può distribuire, conoscesse la portata di ognuno e mandasse il dolore giusto, quello che colma le misure senza affondarle, che noi nemmeno sapevamo di essere così resistenti ma Natura si, Natura sapeva. Ogni uomo soffre il dolore che può.
Dice bene Astolfo Malinverno, personaggio di "Malinverno" di Domenico Dara, una storia ambientata in un cimitero ma non soltanto. Una storia in cui si uniscono in matrimonio vivi e defunti, e la poesia restituisce un senso alla vita.
Ogni uomo soffre il dolore che può.
Domani, se andrete al cimitero, o se ci siete già stati, domani come ieri, o forse oggi, raccogliete dentro di voi tutto il vostro dolore e trasformatelo in amore. Guardate la morte negli occhi senza paura. Ogni giorno è la vostra fine, la nostra.
Non è un dramma la fine. Facciamo anche noi parte dell'universo. Siamo di passaggio, non scordiamolo. E sono certo che un giorno, magari in un'altra forma, sapremo essere migliori e più belli di così.
Esistono le emozioni, ed esistono le storie. Non tutte le emozioni sono contenute nelle storie. Come dire che non tutte le storie suscitano le stesse identiche emozioni.
Siamo lontani anche quando siamo vicini, e siamo vicini anche quando siamo lontani. Stiamo insieme per vent'anni, o per due ore, ed è perfettamente uguale. Ci sono vite che esistono insieme, ed esistenze di vite che si sfiorano soltanto.
Possiamo rimanere abbracciati solo per una notte oppure non rimanere slegati mai, anche quando siamo lontani, perché appiccicati col pensiero. Dormire insieme per tutta la vita e dormire soltanto. Oppure vegliare tutta la notte e accarezzarci con le dita, senza dire una parola, sapendo bene che il giorno dopo ci dividerà per sempre.
Quanto coraggio ci vuole per vivere senza certezze?
Vuoi fare l'amore o vuoi solo godere? La linea è sottile, la posso intuire Dal modo in cui mi mordi il labbro superiore Dalla tua bocca che stringe e non mi lascia scappare E chissenefrega se è sesso o se è amore
Conosco la tua pelle, tu conosci il mio odore
Perfettamente inutile porsi certe domande. Non esistono le storie, esistono le persone. E le persone sono più di sette miliardi in questo mondo, e le combinazioni tra le persone pressoché infinite. Da ogni possibile combinazione può nascere un amore che non è mai uguale a un altro. Dunque possiamo benissimo rilassarci perché niente è sotto controllo e niente è prevedibile. Nessun indicatore di comportamento ci porterà tra le braccia della persona giusta, nessuno caso straordinario diventerà provvidenziale.
Come gocce di acqua in un mare infinito, possiamo incontrarci e fare un'onda insieme, oppure non incontrarci mai ed evaporare nel nulla. Possiamo fare schiuma insieme, oppure incontrarci dopo un acquazzone, tu goccia piovana e ribelle che giungi dall'alto, io goccia di lago quieta e immobile, fare due chiacchiere, donarci l'amore e decidere di rivederci un giorno sulla riva di un fiume.
Ma non confondere L'amore e l'innamoramento
Che oramai non è più tempo
Già, ma non confondere l'amore con l'innamoramento che ormai non è più tempo.
Per due come voi, o per due come noi, tutto è possibile. Incontrarci per la prima volta, ogni volta, senza lasciarci mai, oppure vivere separati per sempre così. Con la stessa grazia.
Esiste un "amore negativo", oppure l'idea stessa del post, a partire dal titolo, è sbagliata, e avrei dovuto pertanto optare per un più esemplificativo "Il negativo dell'amore"?
Credo che i titoli siano molto importanti, perché forniscono informazioni circa il contenuto del testo e stabiliscono la cifra stilistica dello scritto.
Facciamo chiarezza allora. Il quesito è: esistono amori negativi (e dunque, in contrapposizione, gli amori positivi), oppure esiste un solo grande amore che ha un lato positivo e uno negativo?
Dalla scelta che ho fatto, inconscia, del titolo, di scegliere la prima opzione, pare che l'orientamento, stilisticamente poco poetico, sia di stabilire che esiste l'amore negativo, e che questo vada distinto dall'amore positivo.
Dunque esiste un amore negativo, che non mira al suo mantenimento ma desidera bruciare con tutto ciò che questo comporta in termini di intensità e violenza, e dall'altra parte un amore positivo, un amore che desidera invece rendere la propria fiamma sempre viva, e che teme la formazione della cenere come il peggiore dei fallimenti.
Se utilizzassimo i codici della scienza, il primo amore, quello negativo, che mira a consumarsi, è quello naturale, in quanto fenomeno fisico in sé stesso, non imbrigliato da alcun codice etico e morale. Il secondo appare come frutto della fantasia romantica di una civiltà che deve scegliere di costruirsi su basi solide, che ha bisogno di sostanza e di credere in qualcosa per sussistere, di una società che ha scelto la solidarietà e l'amore come collanti.
La fiamma dell'amore negativo divampa con la passione, legata com'è questa alle differenze, allo stridente incastro delle nevrosi degli amanti. Due follie che si scornano producono scintille incendiarie capaci di distruggere tutto, perfino tutto ciò che è vita. La fiamma duratura dell'amore che non si consuma, invece, divampa e si mantiene grazie allo spirito degli amanti, già, il loro spirito, utile ad accendere il fuoco del barbecue e ad alimentare allo stesso modo le fiamme che non bruciano ma danno calore, quelle che servono a scaldare alla luce di un camino un cuore, quelle che donano intimità, sostenute come sono dal soffio vitale degli amanti.
Ecco, nel titolo di oggi c'è tutto questo. Esiste un amore negativo, folle, passionale e distruttivo, non cattivo attenzione, semplicemente negativo, che nega la ragione della sua stessa esistenza perché nasce solo per finire, e un amore positivo, non buono però, autentico, coraggioso, che invece mira alla sua decisa affermazione.
Se avessi utilizzato un altro titolo, "Il negativo dell'amore", avrei potuto scrivere in maniera più poetica, forse, più vicina alla realtà. Avrei potuto raccontare che non c'è amore folle che non contenga in sé il valore più alto del bene, e che non c'è amore altissimo e spirituale che non possa essere risucchiato in basso dai perigliosi gorghi del male.
Oh amici miei, l'uomo è così imperfetto... ma questa è un'altra storia, e il "negativo dell'amore" semplicemente un altro post che non ho ancora maturato per bene...
Non so dire quali bulloni del mio corpo si siano allentati. Quando ho saputo della tua morte, sapevo percepire soltanto che qualcosa, all'interno del mio corpo, si era disgiunta. Come se diverse parti di me, prima coese, non lo fossero più. Non ero più in me, questo lo capivo. Solo mi chiedevo perché. Perché non ero più io? Che cosa toglieva dal mio corpo la tua dipartita? Quale assonanza veniva meno col tuo addio?
Poi ho pensato alla Biorisonanza. Cosa c'entra la Biorisonanza direte voi. Be', questa Scienza studia la risonanza cellulare, e afferma che alcune frequenze specifiche possano migliorare oppure ostacolare la risonanza delle cellule, modificando la struttura dell'acqua al loro interno, forse persino determinando modificazioni del DNA. Pare che in questo senso le cellule normali e quelle cancerogene si comportino diversamente, e che siano sensibili a diversi tipi di frequenze. Da qui la credenza scientifica, oltre che ampiamente antropologica e culturale, che certi suoni, certi ritmi o certi canti possano avere un effetto curativo.
Allora ho capito. La tua musica era un balsamo per il cuore, perché facendo vibrare all'unisono tutte le cellule del nostro corpo sapeva restituirci ai nostri sentimenti più intimi, perché in questo modo sapeva farci stare bene. La tua musica era la cura di cui abbiamo sempre avuto bisogno.
Da quando non ci sei più, non solo la mia persona, ma tutta l'umanità è a rischio. Perché, vedi, non è che la tua musica non rimanga qui per guaririci, ma è l'idea che non vi sia più il creatore di certe cure miracolose per il cuore a spaventare l'umanità, l'umanità che sente ogni giorno di più il freddo cinico dell'insensibilita', e che teme di affogare nel mare desolante dell'indifferenza.
Tutti pensano che siano i soldi a fare la ricchezza. Io dico che no, non sono i soldi. A fare la ricchezza è oggi più che mai il capitale umano. E allora, non solo l'Italia, ma tutto il mondo piange la tua perdita, Ennio.
Un giorno potrò dire che quando avevo dieci anni mi chiudevo nella stanza e ascoltavo la tua musica a occhi chiusi. Un giorno potrò dire che diversi anni dopo lo facevo ancora. Un giorno potrò dire che c'eri una volta tu.
Esistono domande che siano più dotate di senso? Questioni più pregnanti che tengano aperta l'esistenza?
Mai come oggi risultano complicate, criptiche, disoneste.
Viviamo nell'epoca dei desideri consunti, dei no severi, a stretto giro di vite, dei rinuncio perché non riesco ad accettarti nei tuoi pregi e nei tuoi difetti, dei non posso perché non sei esattamente come ti ho sognato, o degli ancora è troppo presto, chissà che cosa può riservarmi la vita, dei maledetti bastardi, siete lì per farmi del male prima o poi: non mi fregherete mai!
Viviamo nell'epoca della rinuncia, a guardarsi dentro, ad attraversare le paure, a esistere, anche, perché no, in funzione dell'altro.
Ci avvolgiamo gli egoismi al collo come sciarpe, per non ammalarci di relazione. I social servono a questo, a evitare la pena di ogni stato febbrile. Lì siamo amati e venerati dai molti: chi potrebbe restituirci una considerazione maggiore? Lì siamo invincibili e imperituri.
Platone riteneva che l'amore fosse un balsamo per la ferita necessario a ricomporre due metà che anelano all'unità. L'amore come sutura. L'amore come intervento chirurgico indispensabile alla pienezza. L'amore come complemento del completamento.
Roth la pensava diversamente. Per lui l'amore non era il balsamo della ferita. Per lui l'amore era il taglio.
L'unica ossessione che vogliono tutti: l'"amore". Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.
Bè, come dargli torto oggi? Ce ne stiamo nelle nostre case chiusi a chiave, convinti illusoriamente di bastare a noi stessi, come se non avessimo bisogno d'altro. Come se non avessimo bisogno d'altri. Stiamo bene. Non soffriamo. Siamo unità piene, facciamo tutto ciò che vogliamo, ed espelliamo ciò che non vogliamo, come il desiderio dell'altro, come il desiderio che gli altri concentrano su di noi.
Poi ci capita di uscire fuori di casa, di incontrarci. In quel mistero che è il luogo intimo dell'altro, perdiamo tutti i nostri riferimenti. Come quando entriamo in una casa stregata, non sappiamo cosa aspettarci, ma sappiamo che avremo paura, che grideremo "Oh mio Dio, basta!". Ci basta il pensiero della paura per farci scappare via. Ci basta sapere che qualcuno potrebbe procurarci un taglio, la ferita di Roth, per sparire nel nulla.
"Vuoi amare?"
"Vuoi essere amato?"
Be', che dire? Se non vuoi rispondere a queste due semplici domande allora lasciati a casa, non concederti mai la possibilità dell'amore, benché sia l'unico sentimento che ci rende autenticamente vivi.