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domenica 24 luglio 2011

Voglio una coppa piena sino all'orlo

E' domenica. Solo ieri era sabato, e il giorno prima venerdì. Due giorni fa ero più giovane. Non ero la stessa persona di adesso. 

Ci sono giorni in cui nuovi pensieri, nuove sensazioni, emozioni anche, ti sorprendono quasi impreparato ad accoglierle. 

Così mi ritrovo  me, diverso da te,  ma anche dal me di ieri. Piacere, sono io.

Sere come ieri sera, quando due sensibilità diverse, ma profonde ugualmente, incrociano lo sguardo, si riconoscono, si comprendono e provano vergogna in mezzo alla gente. Io e te, in mezzo alla falsa felicità. E' triste. Passa improvviso un pensiero, e diventa affetto.

Così bevi presto qualcosa, così, per annegarlo.  Ma poi vedi le luci del mare di notte. 





In fondo sai di poter stare bene. 

Altro sguardo, un passaggio veloce. Fotografia di ciò che fino a quel momento era rimasto nascosto. Una immagine per sempre.




VOGLIO UNA COPPA PIENA SINO ALL'ORLO 

"Che terribile bellezza! 
Da quest'istante strappo dalla mia mente qualsiasi altra donna" 


Voglio una coppa piena sino all'orlo 
E dentro annegarci l'anima: 
Riempitela d'una droga capace 
Di bandire la Donna dalla mente. 
E non voglio dell'acqua poetica, che scaldi 
I sensi al desiderio lussurioso, 
Ma una sorsata profonda 
Tracannata dalle onde del Lete, 
Per liberare con un incanto il mio 
Petto disperato dall'immagine 
Più bella che gli occhi miei festanti 
Videro, intossicandone la mente. 

È inutile - mi perseguita struggente 
La dolcezza di quel viso. 
Lo sfavillio del suo sguardo splendente - 
E quel seno, terrestre paradiso. 

Mai più felice sarà la vista mia, 
Ché ha perso il visibile ogni sapore: 
Perduto è il piacere della poesia, 
L'ammirazione per il classico nitore. 

Sapesse lei come batte il mio cuore, 
Con un sorriso ne lenirebbe la pena, 
E sollevato ne sentirei la dolcezza, 
La gioia, mescolata col dolore. 
Come un toscano perduto in Lapponia, 
Tra le nevi, pensa al suo dolce Arno, 
Così sarà lei per me in eterno 
L'aura della mia memoria. 
 
-John Keats-  
 


Ci sono giorni che vivere aiuta a vivere. Alcuni pensieri spintonano davanti le emozioni.  
Arrossiscono queste, divertite. Si strattonano. Poi si fanno serie e aspettano un giudizio. 
 
Decidi di risparmiarle tutte, e di andarci a letto. 
 
Ti abbandoni ad un sonno che ristora...

sabato 16 luglio 2011

Maschere e indovini

Be', devo ammettere che l'ultimo post mi ha ubriacato...

Torno in me stesso o, chissà, magari rimetto la maschera per un momento. 

Non è facile definirsi. Tra le maschere che porto, alcune sono rubate al teatro. E sono così somiglianti al mio modo di essere che ritengo più genuino, da rendere difficile discernere cos'è maschera da ciò che non lo è. 

Sarà poi vera questa cosa delle maschere? Siamo per davvero costretti ad indossarne sempre di diverse, per proteggere ciò che siamo realmente? Come fossero una corazza? 

Più vivo, meno ci credo. 

Ho la sensazione che senza le maschere rimarrebbe proprio il nulla di noi. 





Perché siamo tutte le maschere assieme, contemporaneamente. Maschere fatte della stessa lega.  E dietro le maschere, nascondiamo il nero del nulla. 

In fondo il nulla è ciò che meglio ci racconta, perché traduce allo stesso modo ciò che ancora non è vita, e ciò che ha smesso di esserlo, no? In un qualche modo ci definisce...

Se così è, ciò che essenzialmente ci distingue è la capacità, per il tempo che ci è dato di vivere, di guardarsi allo specchio, e di riconoscere, di volta in volta, le innumerevoli facce che compongono l'immagine. 

Ciò che ci distingue è la capacità di conoscersi, o di riconoscersi come simili a figure mitologiche, ciascuna dotata di un proprio significato.

Non temete. Non è difficile possederla questa capacità. Possiamo utilizzare allo scopo uno specchio, oppure un personaggio che ci fa riflettere. Una persona come Tiresia l'indovino. Figura mitologica anch'essa.





Ma attenti...


La conoscenza è distanza che separa... 
La fatica di conoscere...
La conoscenza è niente senza fede... 



...la conoscenza ha un prezzo molto alto. 


Un po' come un mutuo, faticoso ma necessario ad acquisire il senso della felicità.

Perché?

Perché siamo uomini. Eh già...

"... Non vogliate negar l'esperienza
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti
ma per seguir virtute e canoscenza"


-Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno canto XXVI, 116-120- 

sabato 9 luglio 2011

L'anima del vino




Potevo immaginare tutto, ma non che fosse proprio lui a tradirmi. 

Va sempre bene. Prima si impossessa del palato. Rinfresca la sete di appagamento. E poi libera dai pensieri complessi, sostituendoli con pensieri brevi, desideri confusi, promesse di felicità che emergono dal presente di gaiezza ed euforia. 

Ma ieri, appena ieri, si è preso gioco della mente. Mi ha fatto assorbire gli sguardi del domani. E  ha cosparso le avventure di nausee e preghiere. Di salvezza. 

Per fortuna conosco la sua anima, e rimango fiducioso. Domani sarà di nuovo mia.


L'anima del vino



Nelle bottiglie l'anima del vino
una sera cantava: "Dentro a questa
mia prigione di vetro e sotto i rossi
suggelli, verso te sospingo, o caro
diseredato, o Uomo, un canto pieno
di luce e di fraternità. So bene
quanta pena, sudore, e quanto sole
cocente, sopra la collina in fiamme,
son necessari per donarmi vita
ed infondermi l'anima. Ma ingrato
non sarò, né malefico, ché provo
immensa gioia quando nella gola
cado d'un uomo usato dal lavoro:
il suo petto per me è una dolce tomba
e mi ci trovo meglio che nel freddo
delle cantine. Odi risuonare
i ritornelli delle tue domeniche
e la speranza che bisbiglia dentro
al mio seno che palpita? Coi gomiti
sopra il tavolo mentre ti rimbocchi
le maniche, mi vanterai e contento
sarai: della tua donna affascinata
accenderò lo sguardo; robustezza
ridarò a tuo figlio e i suoi colori,
e sarò per codesto esile atleta
della vita, l'unguento che rafforza
i muscoli dei lottatori. In te
cadrò, ambrosia vegetale, grano
prezioso, sparso dal Seminatore
eterno, perché poi dal nostro amore
nasca la poesia che a Dio rivolta
spunterà in boccio come un raro fiore."

-C. Baudelaire-

mercoledì 6 luglio 2011

Addio Rilke


Mi è capitato di leggere, l'altra sera, una frase di Caravaggio. Più o meno diceva così: "quando non c'è energia non c'è colore, non c'è forma, non c'è vita". 

Lo sapevo già, subito dopo averla letta, che sarebbe diventata  post nel blog. Perchè è un frase che in questo momento della mia vita mi dice qualcosa. 

Non ho energia, e lo avverto: le parole faticano a prendere la forma di immagini, e i colori a ravvivare le mie giornate, perchè c'è tanta luce fuori, ma poca proviene dall'interno. 

Non ho energia e, se lo scrivo, credetemi. 

Non ho energia fuori da queste mura, perchè si lavora, si lavora, sempre si viaggia, sotto il sole, e benedetta sia l'aria condizionata che salva la vita, mentre ti uccide. Ma anche fra le le mura di questo blog ho viaggiato. E l'energia me l'ha tolta il trapasso, questa volta dall'Aldilà all'Aldiqua. 

Però è stato bello conoscere Rilke, ne è valsa la pena di intraprendere questo lungo viaggio verso il centro della sua vita. E quante domande avrei voluto ancora fargli!

Invece, sul più bello, un raggio dall'alto lo ha colpito, e poi è svanito, il poeta. Ma vuoi vedere che è passato a miglior vita?

Ma quale può essere la vita migliore mi chiedo. Mi guardo in giro. Per me rimane un mistero.

Grazie a Rilke ho imparato che sono poeta anch'io. Perchè artisti si nasce. Solo che poi bisogna diventarlo. E questa è una responsabilità etica molto forte. Più poeticamente potremmo dirla felicità. 

Grazie a Rilke ho imparato che la solitudine è necessaria. Perchè è un momento di conoscenza e di cambiamento. Di libertà. Ho imparato ciò che è banale dire, ma decisamente più difficile vivere.

Grazie a Rilke ho imparato che l'amore vero esiste. E che sono in pochi a conoscerlo.

Bisogna aver pazienza per trovarlo. In fondo bisogna solo saper aspettare.




 Mi sento ancora addosso le sue ultime parole.


"Sii paziente verso tutto ciò che è irrisolto nel tuo cuore e cerca di amare le domande, che sono simili a stanze chiuse a chiave e a libri scritti in una lingua straniera. Non cercare ora le risposte che possono esserti date poiché non saresti capace di convivere con esse. E il punto è vivere ogni cosa. Vivere le domande ora. Forse ti sarà dato, senza che tu te ne accorga, di vivere fino al lontano giorno in cui avrai la risposta"

Già Rainer, c'è tempo per le risposte. Adesso ci tocca vivere le domande.

Che altro aggiungere? Ti dico solo adesso addio Rilke, ché prima non mi è stato possibile farlo. 

Grazie. Continuerò a cercarti, cercandomi, tra i versi di una poesia.
 
E anche a voi tutti, grazie. Grazie per esser passati da qui in tanti. E' stato un bel convegno. Questa poesia ve la regalo, fatela vostra.




 
CONVEGNO
 
M’è dolce indugiarti d'accanto 
in questo raccolto tepore. 
Rintoccano trepide l'ore 
siccome un lontano 
rimpianto 
Ripeti parole d'amore; 
ma piano... ma piano... 
che duri l'incanto. 

Non so dove sbocchi (che importa?), 
ma certo in effluvii di fiori 
(non senti?) la porta. 
sui vetri protesa, vermiglia, 
origlia 
la tacita Sera. Siam qui. 

Restiamo in silenzio. Là fuori, 
nessuno ci pensa così.


-R.M. Rilke-


Ps: le parole in corsivo, tra virgolette, sono tratte da "lettere a un giovane poeta" di R.M. Rilke.




mercoledì 29 giugno 2011

Rilke e l'amore

Dunque è nella solitudine che possiamo trovare la felicità.  Mi pare semplice e difficile insieme. Il fatto è che non credo che le parole di Rainer si riferiscano all’egoismo esasperante dei nostri tempi, sorretto, pare un paradosso, da un fardello, quello della paura della responsabilità. No, credo si riferiscano a qualcosa di diverso. Di più difficile.

Rilke: “…è bene essere soli perché la solitudine è difficile; che alcuna cosa sia difficile dev’essere una ragione in più per attuarla”.

Mi legge nel pensiero. E mentre lo penso, mi distraggo. Poco distante da noi, una giovane coppia di scimpanzè si scambia effusioni. Oh mio Dio. Sembra che gli scimpanzé stiano facendo l’amore adesso! Già, l’amore. Che bella cosa...

Tra cenere e terra: “Dice bene della solitudine. Ma l’amore, l’amore non è la più grande delle felicità? E l'amore non vuole la solitudine...”

Rilke: “Anche amare è bene: ché l’amore è difficile”

Tra cenere e terra: “Guardate quegli scimpanzé. Si amano! Non sembra così difficile. Amare è naturale! Rimpiango di non essere più un ragazzino. Di non amare più con quell’intensità…”

Rilke: “[…]i giovani, che sono principianti in tutto, non sanno ancora amare: devono imparare. Con tutto l'essere, con tutte le forze, raccolte intorno al loro cuore solitario, angosciato, che batte verso l'alto, devono imparare ad amare. Ma il tempo dell'apprendere è sempre un tempo lungo, di clausura, e così amare è, per lungo spazio e ampio  fino entro il cuore della vita, solitudine, più intensa e approfondita solitudine per colui che ama. Amare anzitutto non vuol dire schiudersi, donare e unirsi con un altro (che sarebbe infatti l'unione di un elemento indistinto, immaturo, non ancora libero?), amare è un'augusta occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualche cosa, diventare mondo, un mondo per sé in grazia  d'un altro […] Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo, a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti [...]In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non aver pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono, come sono, in tutta la loro torbidezza, disordine, confusione […] Così ognuno si perde per l’altro e perde l’altro e molti altri, che ancora volevano venire […]”

Tra cenere e terra: “Dunque, non è questo l’amore vero? Non è il sesso nella sua pienezza, il confondersi dei corpi e delle anime, l’impeto e la biologia, l’appagamento dei sensi e il godimento? La libertà di fare quello che ci pare, ovunque? La gioventù!?”

Rilke: “La voluttà corporale è un’esperienza sensitiva, non altrimenti dal puro guardare o dal puro senso, con cui un bel frutto vi riempie  la lingua; è una grande, infinita esperienza, che ci viene data, una conoscenza del mondo, non che l’accogliamo, è male; male è che quasi tutti  usano male questa esperienza  e la sprecano o l’applicano come stimolo  nei luoghi stanchi della loro vita  e come distrazione  invece che raccoglimento verso i vertici.”

Tra cenere e terra: “Ma allora, quando sarà amore?”

Rilke:
“un giorno [...], un giorno vi sarà la fanciulla, e la donna, il cui nome non significherà più solo un opposto al maschile, ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a complemento e confine, ma solo a vita reale: l’umanità femminile. Questo progresso trasformerà (da principio contro la volontà dei maschi superati) l’esperienza dell’amore, che adesso è piena di errore, la muterà dal fondo, la riplasmerà in una relazione intesa da uomo a uomo, non più da maschio a femmina. E questo amore più umano (che si compirà infinitamente attento e sommesso, e buono e chiaro nel legare e nello sciogliere) somiglierà a quello che noi lottando e con fatica prepariamo, all’amore che in questo consiste: che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.”


Che meraviglia. Sento che questo può davvero realizzarsi. L'umanità ha una grande opportunità!

Rilke: “E questo ancora: non crediate che quel grande amore che a voi, fanciullo, un tempo si impose, fosse perduto; potete voi dire se allora non siano maturati in voi grandi e buoni desideri e premesse, di cui vivete ancora oggi? Io credo che quell’amore resti così forte e potente nel vostro ricordo, perchè fu la prima vostra profonda solitudine e il primo lavoro intimo che voi avete dedicato alla vostra vita”.

Si,  quest’uomo ha ragione. 
Splendide le sue parole.
Suscitano emozione e speranza, e l'emozione, come la speranza, è sempre la stessa... quella dei nostri nonni...

...non è in fondo la nostra ?
Ps: le parole di Rilke, in corsivo, sono tratte da "Lettere a un giovane poeta"

martedì 21 giugno 2011

Rilke e la solitudine

Rainer Maria parla, e io vorrei prendere nota di tutto.

Tra cenere e terra: "Grazie, grazie davvero per i minuti che mi sta dedicando"

Rilke: "Minuti? Noi stiamo trascorrendo insieme mesi, che dico, anni. E' la mia vita che le sto regalando..."

Le sue parole mi colpiscono. E mi inorgogliscono. Vorrei che tutti sapessero cosa ha scritto quest'uomo. Se sono qui adesso, lo devo a quel particolare tipo di rapporto che lega il lettore all'autore dei suoi libri. Un intimo dialogo. Fatto di domande e risposte. Pagina dopo pagina, incontro dopo incontro. Non c'è spazio o tempo da violare. Viviamo un'unica grande esistenza, vita densa di passato e presente, bramosa di futuro.

Tra cenere e terra: "Perchè abbiamo paura della solitudine?"

Mi guarda fisso negli occhi, come se riuscisse a scorgervi qualcosa. Poi risponde.

Rilke: "[...] nelle cose più profonde e importanti, noi siamo indicibilmente soli. [...] Voi avete avuto molte e grandi tristezze che se ne sono andate. E dite che anche quel loro andarsene fu per voi difficile e irritante. Ma vi prego, riflettete se quelle grandi tristezze non siano piuttosto passate attraverso di voi. Se molto in voi non si sia trasformato, se in qualche parte, in qualche punto del vostro essere non vi siate mutato, mentre eravate triste. Pericolose e maligne sono quelle tristezze soltanto, che si portano tra la gente, per soverchiarle col rumore; come malattie, che vengano trattate superficialmente e in maniera sconsiderata, fanno solo un passo indietro e dopo una breve pausa erompono tanto più paurosamente; e si raccolgono nell’intimo e sono vita, sono vita non vissuta, avvilita, perduta, di cui si può morire. Se ci fosse dato di veder più oltre di quel che non giunga il nostro sapere, e un poco più in là dei bastioni del nostro presentimento, forse allora sopporteremmo noi le nostre tristezze con maggior fiducia che non le nostre gioie. Perché sono esse i momenti in cui qualcosa di nuovo è entrato in noi, qualcosa di sconosciuto"

Tra cenere è terra: "Di cosa parlate esattamente?"

Rilke: "Io credo che quasi tutte le nostre tristezze siano momenti di tensione, che noi sentiamo come paralisi, perché non udiamo più vivere i nostri sentimenti sorpresi. Perché noi siamo soli con la cosa straniera che è entrata in noi; perché quanto ci era confidente e abituale per un momento ci è tolto; perché noi siamo in un passaggio dove non possiamo fermarci. Perciò anche poi passa la tristezza: il nuovo in noi, il sopravvenuto, è entrato nel nostro cuore, è penetrato nella sua camera più interna e anche là non è più, è già nel sangue. E noi non capiamo cosa sia stato. Ci si potrebbe facilmente persuadere che nulla sia accaduto, e pure noi ci siamo trasformati, come si trasforma una casa, in cui sia entrato un ospite. Noi non possiamo dire chi sia entrato, forse non lo sapremo mai, ma molti indizi suggeriscono che il futuro entra in noi in questa maniera per trasformarsi in noi, molto prima che accada. E perciò è tanto importante essere soli e attenti, quando si è tristi: perché il momento, vuoto in apparenza e fisso, in cui il futuro entra in noi, è tanto più vicino alla vita, di quell’altro sonoro e casuale istante in cui esso, come dal di fuori, ci accade. E questo è necessario. [...] Si imparerà a poco a poco a riconoscere che quello che noi chiamiamo destino esce dagli uomini, non entra in essi dal di fuori.
 
Tra cenere è terra: "Mi scusi, lo so che potrà sembrarle banale, ma non sarebbe meglio vivere senza dolore?"

Rilke: "non dovete caro signor Tra cenere e terra, sgomentarvi se una tristezza si leva davanti a voi, grande come ancora non ne avete viste; se un’inquietudine, come luce e ombra di nuvole, scorre sulle vostre mani e su quanto voi fate. Dovete pensare che qualcosa sta accadendo in voi, che la Vita non vi ha dimenticato, che vi tiene nella sua mano; non vi lascerà cadere. Perché volete voi escludere alcuna inquietudine, alcuna sofferenza, alcuna amarezza dalla vostra vita, poiché non sapete ancora che cosa tali stati stiano facendo nascere in voi? Perche mi volete voi perseguitare con la domanda di dove possa venire tutto questo e dove voglia finire? Quando in verità sapete che siete in un passaggio e nulla avete tanto desiderato quanto trasformarvi. Se qualcosa dei vostri processi ha l’aspetto d’una malattia, riflettete che la malattia è il mezzo con cui l’organismo si libera dell’estraneo: allora bisogna solo aiutarlo a essere malato, con tutta la sua malattia che scoppia, poiché questo è il suo progresso. In voi, caro signor Tra cenere e Terra, accadono ora tante cose: dovete essere paziente come un malato e guardingo come un convalescente, perché voi siete l’uno e l’altro. E più ancora: voi siete anche il medico, che deve vigilare su sé stesso. Ma in ogni malattia ci sono molti giorni in cui il medico non può fare altro che attendere. E questo è quello che voi, in quanto siete voi il vostro medico, ora anzitutto dovete fare. Non vi osservate troppo. Non ricavate conclusioni troppo rapide da quello che vi accade: lasciate che semplicemente vi accada".

Conosce il mio nome. Ma come è possibile? Non mi sono presentato!

Ma in fondo, che importanza può avere un nome? 

Svelandosi, mi ha rivelato.

Rilke: "E se vi debbo dire ancora una cosa è questa: non crediate che colui che tenta di confortarvi, viva senza fatica in mezzo alle parole semplici e calme, che qualche volta vi fanno bene. La sua vita reca molta fatica e tristezza e resta lontana ancora da quella meta. Ma se fosse altrimenti egli non avrebbe potuto trovare quelle parole".



PS: le parole di Rilke, in corsivo, sono tratte da "Lettere a un giovane poeta".

domenica 19 giugno 2011

Rilke e l'arte

Devo dire che nell'Aldilà si sta bene. Credevo peggio. Non c'è un filo di vento, ma non fa caldo. Dopo il trapasso ho avuto un attimo di smarrimento. Ho temuto di ritrovarmi all'Inferno. Mi è passato accanto un uomo con la testa d'elefante. 

Ma poi, nel cielo grigio, ho visto una donna bellissima volare, leggera, un paio d'ali di farfalla, e mi sono detto che questo no, non poteva essere l'Inferno. La donna doveva essere un angelo e questo, senza alcun dubbio, il Paradiso. 

Ma gli angeli, lo sanno tutti, non hanno sesso, e soprattutto non portano ali di farfalla. 

E allora mi è venuto in mente che forse questa cosa dell'Inferno e del Paradiso è un po' da rivedere. Teoricamente ci sarebbe il Purgatorio. Ma diamine, non credo che Rilke si trovi ancora lì, è morto da un bel pezzo! A meno che i tempi della Giustizia nell'Aldilà non siano poi così diversi da quelli dell'Aldiqua. Rabbrividisco all'idea.

"Io sono pronto, possiamo cominciare se le pare"

Già, l'intervista. Non so da dove cominciare. Non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte Rainer Maria Rilke. Bisogna rompere il ghiaccio. Ma come? Uno aspetta un momento come questo da una vita e, come spesso accade, nei momenti cruciali le parole svaniscono, si perdono, e nella mente una luce bianca, abbagliante,  impedisce di scorgere i pensieri. Perché è così difficile trovare le parole? Cosa posso chiedergli?

Aspetta! In effetti posso partire proprio da qui.

Tra cenere e terra: "Com'è che ci sono momenti in cui non si trovano le parole per scrivere? Qual è il segreto per creare un'opera d'arte? Com'è che un'opera d'arte diventa somma per la critica?"

Che schifezza di domanda. E' uscita male. Come tante piccole domande diverse. Sto per aggiungere qualcosa, per spiegarmi meglio,  ma la sua risposta arriva prima.

Rilke: "Nulla può tanto poco toccare un’opera d’arte quanto un discorso critico: si arriva per quella via sempre a più o meno felici malintesi. Le cose non si possono af­ferrare o dire tutte come ci si vorrebbe di so­lito far credere; la maggior parte degli av­venimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indi­cibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura".

Il suo parlar non mi è chiaro, ma in un qualche modo riesco a coglierne il senso.

Tra cenere e terra: "Ma, se così è, come faccio a capire se sono un poeta? Capita di scrivere, ma come faccio a discriminare se scrivo in senso autoterapeutico o in senso artistico?"

Sempre peggio. Devo dire però che mi sento compreso.

Rilke: "Voi guar­date fuori, verso l’esterno e questo sopratutto voi non dovreste ora fare. Nessuno vi può consigliare e aiutare, nessuno. C’è una sola via. Penetrate in voi stesso. Ricercate la ra­gione che vi chiama a scrivere; esaminate s’essa estenda le sue radici nel più profondo luo­go del vostro cuore, confessatevi se sareste co­stretto a morire, quando vi si negasse di scri­vere. Questo anzitutto: domandatevi nell’ora più silenziosa della vostra notte: devo io scri­vere? Scavate dentro voi stesso per una pro­fonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso, se v’è concesso affrontare questa gra­ve domanda con un forte e semplice « deb­bo », allora edificate la vostra vita secondo questa necessità [...] Una opera d’arte è buona, s’è nata da necessità. In questa maniera della sua ori­gine risiede il suo giudizio: non ve n’è altro [...] Accoglie­tela come suona, senza perdervi in interpre­tazioni. Forse si dimostrerà che siete chiama­to all’arte. Allora assumetevi tale sorte e por­tatela, col suo peso e la sua grandezza, senza mai chiedere il compenso, che potrebbe ve­nir di fuori. Ché il creatore dev’ essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura, cui s’è alleato".  

Tra cenere e terra: "Ma cosa posso scrivere io che non sia già stato detto?"

Rilke: "Non scrivete poe­sie d’amore; evitate all’inizio le forme trop­po correnti e abituali: sono esse le più diffi­cili, ché occorre una grande e già matura forza a dar qualcosa di proprio dove si offro­no in gran numero buone tradizioni, anzi splendide in parte. Perciò salvatevi dai mo­tivi generali in quelli che la vostra vita quo­tidiana vi offre; raffigurate le vostre tristez­ze, e nostalgie, i pensieri passeggeri e la fede in qualche bellezza..."

Tra cenere e terra: "La mia ordinaria vita...è grandezza?!"

Rilke: "Se la vostra vita quotidia­na vi sembra povera, non l’accusate; accusa­te voi stesso, che non siete assai poeta da evo­carne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti".

Il ghiaccio è rotto. Fa lo stesso rumore delle ossa di un giovane poeta, uno qualunque, se nell'arte spera di trovar gloria. Crolla l'identità del poeta quando spera di reggersi, fiducioso, solamente sulla propria spina dorsale. 

E se non trovate le parole, miei amici, non smettete di scrivere. Semplicemente, imparate a vivere senza. 

Prima o poi arriveranno.





Ps: le parole di Rilke (in corsivo) sono tratte da "Lettere a un giovane poeta".