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domenica 19 aprile 2020

Luna d'acciao e diamante


Ci sono canzoni capaci di squarciare il silenzio geloso in cui sa chiudersi un'anima. Sulle note portano emozioni che la poesia può toccare senza sporcare. Veicolano parole che tornano dentro, provenienti da un futuro non ancora vissuto. Sono canzoni capaci di catturarti ben prima tu possa decidere cosa fare, se andare o non andare. Se intraprendere quell'unico viaggio o meno.  Il viaggio di un amore che non vuol finire.




Come si rapisce per sempre un momento d'amore? Come tornare a quella gioventù che tanto orgogliosamente ha osato? E ancora, come riportare avanti un nastro già per bene avvolto su se stesso? 


E tu perché non parli?
Una parola sospenderebbe il mio rancore
Io non so più quello che dico
Umiliata in  silenzio
Forse strappata dal mio sentimento



Forse, semplicemente, non si può. D'altra parte sarebbe stupido cogliere un fiore sperando  non appassisca mai. La verità è che non si può amare sempre come quel primo momento. Ma tra le verità che la vita ci offre, di certo questa è l'unica che non vale la pena gridare. Lecito nutrire dubbi riguardo all'amore quando non si avverte più il calore della fiamma che brucia. Ma è proprio necessario ravvivare il dolore della perdita ripercorrendo il passato?



E c'è una luna turchese e diamante stanotte
Che ferirebbe ogni cuore
Sì, sono triste e mi manchi
Anche se ti cammino accanto
Sempre caro sei stato al mio dolore
Dammi solo un po' d'acqua
Perché ho aspettato tanto
Perché ho vissuto sempre
Tra speranza e incertezza
Per poi tornare da te




Basterebbe sussurrarsi che quell'amore non è più necessario, a bassa voce, senza perdere mai la cognizione del tempo. Quell'amore ha dato nerbo e sostanza all'intera esistenza, che necessità c'è di spremerlo ancora?  





E tu luce di luna d'acciaio e diamante
Che dal cielo spezzi i muri e le catene
Guarda questo mio amore così cieco e costante
Senza quasi ragione, che si possa capire
Se i giorni da adesso, cominciassero di nuovo
Che importerebbe tutto quello che ho detto
Non è tardi stanotte
Nemmeno per me


Purtroppo non possiamo accettare la morte e che tutto sia destinato a finire, perfino l'amore. La tenacia con cui amiamo coincide col nostro istinto di sopravvivenza. Questa consapevolezza ce la regala la luce di una luna d'acciaio e diamante che brilla questa notte, come brillava  la scorsa.

In fondo, possiamo aspettare con fiducia che ci illumini anche domani.











domenica 29 marzo 2020

La corona di spine


Non è il tempo delle parole. Siamo in guerra. E la guerra è il tempo delle azioni, non delle parole. In questi giorni disperati, ci aggrappiamo a tutto ciò che possiamo. Ma la verità è che non possiamo aggrapparci alle parole. Non possiamo aggrapparci alla poesia. 

Suonano di sconfitta le parole quando lì fuori c'è gente che muore, gente che non ha più il fiato per le lettere. Attaccati a un ventilatore troviamo il nonno e il nipote, i genitori e i figli, il fratello e la sorella. E allora sembra quasi che ciascuno di noi debba stare in silenzio, per rispetto. E per riflettere. 

Le immagini del Papa a San Pietro hanno fatto il giro del mondo. Le parole del Papa hanno avuto un effetto consolatorio, è vero, ma ciò che ha bucato lo schermo è stata la solitudine dell'uomo, sotto la pioggia battente, metafora di ciò che ognuno di noi vive nella propria interiorità. La pioggia è l'inevitabile, tutto ciò che non possiamo controllare. L'evento avverso. Ma la pioggia ha anche una funzione catartica. La purificazione della pioggia è la stessa del fonte battesimale. Siamo chiamati a rinascere come Comunità. A cominciare da domani una nuova vita. Dobbiamo rinascere, sì, e non perché si avvicinino i riti pasquali, ma perché l'uomo è chiamato a vestire i panni di una nuova purezza.

Il nostro mondo stava andando in malora, e allora la natura ha smesso di proteggerci. Ci ha lasciati da soli la natura, oltraggiosa lei, di fronte al volto pietrificato di Dio. Pietrificato, già, come a San Pietro il volto di Francesco. Lui, il primo degli uomini. L'intermediario dell'umanità. L'uomo che si spoglia dei suoi abiti, e rimane nudo, impotente. L'uomo che prega da solo, sotto la pioggia, con la pioggia dentro, le lacrime di tutta l'umanità concentrate nel cuore. Lui, Francesco, si affida a Dio. Noi uomini, ci affidiamo a lui. 

La parola del Papa è parola laica, ma intrisa di religiosità. E' rivolta allo stesso modo a credenti e non credenti. Attraversa l'anima impaurita di chi non può avere certezze rassicuranti. Non dalla scienza, non dalla psicologia, non dalla religione, non dalla persona amata. Siamo distanti, e mai così vicini. Partecipiamo tutti quanti e allo stesso modo al destino del mondo. Ci siamo incatenati a casa, prigionieri di noi stessi. Siamo i carcerieri e i carcerati, siamo i giudici e i colpevoli. Dio ha rimesso a noi i nostri debiti. In questo modo, realizza la sua parola.

Ho sempre pensato che l'uomo per così dire evoluto, l'uomo che ha potuto beneficiare del progresso, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con se stesso. Pensavo a un guerra, una carestia. E' arrivato un virus dal nome stupido ma regale, dalla corona di spine, un virus cattivo e incattivito che continuerà a mietere morti anche quando debellato. Perché  ha invaso i gangli dell'umanità, ha corroso alla radice ogni logica economica, e dunque porterà alla rovina. 

Nel buio che viviamo, dove è difficile che arrivino i raggi del sole, siamo chiamati comunque a vedere. Con gli occhi chiusi, sì, dobbiamo vedere. Il futuro che ci aspetta sarà la nostra liberazione. Dovremo ringraziare gli uomini che sono morti per noi. Dovremo celebrare riti di rinnovamento e di speranza. Dovremo estirpare da noi l'egoismo, l'arroganza del potere e dei soldi, e riscoprirci solidali, uomini tra gli uomini. Dovremo imparare ad amarci veramente. 

Non è il tempo della poesia questo, ma forse, come uomo, io per primo sono chiamato a credere che anche questo sia il tempo della poesia. Si, devo piegare dentro di me ogni resistenza, sforzarmi di trovare un senso, trasformare questo lutto oscuro in luce ridente. E allora, non l'uomo, non il poeta, ma il futuro vi chiama per infondervi coraggio.






Torneremo a vivere su un'isola, mai più isolati.

domenica 16 febbraio 2020

La logica del calzino destro che ama il sinistro, e viceversa.


Mi sembra che il titolo non si presti a considerazioni di carattere poetico, ma dal momento che tutto ciò che viene prodotto in fase creativa dev'essere valorizzato, e avendo partorito questo titolo da chissà dove, da qualche luogo oscuro che sapessi dove si trova, avrei già dato una definizione esaustiva di creatività, vi parlerò comunque dei calzini e della logica che li muove. E' esperienza comune, dopo aver fatto la lavatrice, che i calzini si mischino, e che dopo averli asciugati debbano essere accoppiati per colore, ricamo e lunghezza. Essendo i calzini degli uomini spesso simili, se facciamo eccezione per quelli sgargianti e colorati che soltanto alcuni possono permettersi, succede, quando andiamo di fretta, di accoppiarli malamente, e di accorgerci dell'errore di averli accoppiati male soltanto la mattina, quando dobbiamo andare a lavoro e li abbiamo già indossati, e viene alla luce che il calzino destro, così simile per quanto concerne il colore a quello di sinistra, in realtà abbia una lunghezza leggermente diversa. Sebbene la cosa ci crei fastidio, non abbiamo il tempo di controllare qual è il calzino gemello tra gli altri che teniamo stipati nel cassetto, e allora pensiamo fanculo! e usciamo di casa, accettando la mancanza di comfort e ricacciando indietro pensieri ossessivi e bestemmie. Poi succede anche, dopo averli usati, di buttarli nella cesta delle cose da lavare, e che la mattina dopo ci accorgiamo dell'altra coppia di calzini spaiati, e ancora una volta li indossiamo sebbene con grande disagio quei calzini così diversi, perché andiamo di fretta e pensiamo che prima poi questo circolo vizioso finirà. Alla lavata successiva, cerchiamo di accoppiarli bene questa volta, in modo da non soffrire più della mancanza di comfort, e di camminare per le strade della vita a testa alta, felici. 

Non parlerei mai dei miei calzini se non ci trovassi qualcosa che ha a che fare con l'amore. La logica seguita dai calzini, è anche quella delle relazioni. La vita ci mischia e ci confonde, così ci ritroviamo accoppiati a persone che per qualche aspetto sono simili a noi, e sembra ci somiglino, quando invece poi, con il passare del tempo, simili a noi non si rivelano affatto, e allora sentiamo la nostalgia di quel calzino perfetto che ci rispecchia, e si accoppia a noi che è un piacere, e che abbiamo perso in qualche momento della nostra vita, o non abbiamo mai conosciuto. Come ci ricorda Platone nel "Simposio", all'origine dei tempi gli esseri umani non erano suddivisi per genere, ma erano degli ermafroditi, ciascuno con quattro braccia, quattro gambe e due teste (con due organi genitali diversi o uguali, aggiungo). Quando gli ermafroditi, in sé completi, cominciarono a divenire insolenti nei confronti degli dei, Zeus decise di punirli, e con un fulmine li separò in due parti, creando da ogni essere primordiale, un uomo e una donna (o due uomini e due donne, aggiungo). Come conseguenza, nella vita, ogni essere umano cerca di ritrovare la propria iniziale completezza cercando la propria metà perduta. 


Quando abbiamo la fortuna di incontrare quella persona che abbiamo perso nella lavatrice della nostra nascita, e di riconoscerla, all'improvviso ci sentiamo completi, senza alcun bisogno d'altro. La nostra religione diventa l'amore, e il sesso diviene quel momento mirabile in cui l'essere ermafrodito si ricompone, per poi sciogliersi nuovamente, ma mai definitivamente, in un abbraccio.


Non adoro Gabbani, ma quest'anno, a Sanremo, ha portato un pezzo che trovo molto poetico, in quanto leggero e profondo allo stesso tempo. Il suo "viceversa" in fondo rappresenta lo stupore del riconoscimento, la concretizzazione dell'empatia che è necessaria in ogni storia d'amore, la consapevolezza della necessità dell'amore di trovare le risposte alle domande della vita nell'amore. L'amore, in sé, si basta, perché trascende le differenze e le imperfezioni, e raggiunge l'unità.







Avete visto di che colore sono i calzini di Gabbani?








martedì 7 gennaio 2020

Il parco della luna

Più trascorre il tempo e più mi convinco che siamo tutti fragili. Ci sono persone che hanno il cuore fragile, altre che hanno fragili i pensieri, sempre diversi, come partoriti da mille cervelli diversi. Ci sono poi quelli che hanno fragili i geni, e quelli che hanno fragili i ricordi. Coloro che hanno fragili le gambe non possono camminare, mentre coloro che hanno fragili le emozioni non possono vivere senza dover ogni volta sanguinare al pizzicotto di una offesa. Quando penso a tutta questa fragilità, una parte di me soffre, l'altra invece sorride. Ci muoviamo in un mondo surreale dove i fenomeni da baraccone siamo noi. Come dentro a un circo, siamo noi gli animali che stanno lì a saltare al colpo di frusta dell'ennesima imposizione. O come all'interno di un parco dei divertimenti, le attrazioni pericolose che producono adrenalina, quelle siamo noi. Bombe a orologeria pronte a esplodere in qualsiasi momento, donne cannone e acrobati impazziti siamo, e ci teniamo per mano guardando alla luna, convinti di dover ancora partire per quel viaggio che alla fine ci porterà, attraverso gli spazi infiniti dell'universo, oltre le stelle, a mettere finalmente il piede sulla superficie irregolare dei nostri sogni. Che tenerezza che facciamo. E quanto amore suscitiamo noi, con tutta la nostra fragilità. 


Mi fanno innamorare tutte queste nostre note. 

Un augurio di buon anno a tutti voi,  gente coraggiosa. 

martedì 24 dicembre 2019

Tutte le vigilie

Le vigilie di Natale sono sempre diverse. Non ce n'è mai una che sia uguale all'altra. E questo perché trascorrono gli anni, cambiano situazioni e contesti. Cambiamo noi. E allora una vigilia è triste perché ci sentiamo nostalgici, un'altra ci appare luminosa perché siamo pieni di energia e nuovi propositi, e un'altra ancora felice, così, senza motivo, soltanto perché ci sentiamo felici, ecco tutto. Ché non c'è per forza bisogno di trovare una ragione per essere felici. E anche vero d'altra parte che le vigilie di Natale sono pure uguali. C'è un sentimento comune che le rende simili. Mai come la vigilia di Natale sentiamo il bisogno, più o meno consapevole, di raccoglierci attorno a un fuoco assieme alle persone che per noi contano davvero. E vedete, non è che sia così importante che quel fuoco ci sia veramente, magari dentro a un camino, no. Ciò che è importante è trovare l'emozione di un sorriso sincero, il racconto di una storia avvincente che leggiamo in un volto illuminato dalle luci di un albero colorato o di una candela piuttosto che dalla luce piatta di un iphone. L'esigenza che sentiamo, ad ogni vigilia, è quella di dare e ricevere calore. Come per un bisogno di conciliazione, con gli altri, certo, ma forse, ancor prima, coi fantasmi che ci portiamo dentro. E allora, a prescindere dal senso che attribuiamo a questa festa, che sia religioso o meno, è questo che vi auguro. Di vivere questo giorno di conciliazione, conciliati. :) Buona vigilia!


domenica 27 ottobre 2019

Io e te, soli

Dunque è arrivato il momento dei disvelamenti. Scrivo qui dal 2011, e sono affezionato alla perifrasi "Tra cenere e terra" che da sempre ha segnato i miei scritti.  Quando ho creato il blog, ho pensato che fosse opportuno celare la mia identità di scrittore, ma per una ragione che aveva poco a che fare con il timore o la vergogna. Ho pensato infatti che nell'atto dello scrivere, ciò che veramente valesse la pena mettere in evidenza, fosse il contenuto dello scritto. Insomma cosa importava chi avesse scritto questo o quello, l'importante era dare sfogo alla espressione dei sentimenti, dipingere le atmosfere dell'anima. Attraverso i miei scritti, il lettore avrebbe potuto immedesimarsi in stati d'animo che ritenevo poetici, poiché tratti dall'esistenza e capaci forse di donare un senso all'esistenza, alla mia, come anche a quella degli altri. Calvino sosteneva che bisogna cercare in mezzo all'inferno ciò che inferno non è, e dargli spazio, e farlo durare. Allo stesso modo ho cercato, mosso dai sentimenti di una perifrasi evocativa, di arrivare a voi attraverso la mia vita, i testi che ho letto, le musiche che ho scelto, gli incontri che ho fatto. Con un obiettivo, quello di portarvi tutto ciò che della vostra vita non riuscite adeguatamente ad apprezzare perché schiacciati dalla fretta del vivere, dalle esigenze dell'ego, dalla paura profonda di riscoprirsi fragili. Attraverso un pensiero, una perla che tocca il cuore, un testo particolarmente significativo. Una poesia. Credo che la perifrasi in questo mi abbia aiutato parecchio. Ma dietro la perifrasi, vedete, c'è un nome. Ho quasi quarant'anni, non sono più il ragazzino sprovveduto di prima. Ho fatto i conti con l'amore e i sogni, e poi ho fatto i conti con la realtà. Ho scritto tante poesie, diversi racconti, un romanzo, e a volte ciò che ho scritto è piaciuto, è stato pubblicato, per quanto questo possa valere, mentre altre volte no. In questa che chiamo la "seconda vita" del mio blog, intendo rispolverare alcuni dei miei scritti. E soprattutto scelgo di svelare il mio nome, perché penso che svelare il proprio nome abbia un senso, per definire ciò che siamo e cosa intendiamo fare della nostra vita. In questo spero di esservi da esempio. Non abbiate paura di svelarvi. 

La prima poesia che pubblico, è anche la prima che ho scritto. E' una poesia molto breve, come tutte quelle degli inizi. Si chiama "Io e te, soli". E' inutile dirvi che tutto ciò che ho scritto è protetto dai diritti d'autore, oltre che dai segreti della mia anima. 

Buon viaggio. 






mercoledì 31 luglio 2019

Il silenzo degli innocenti


Non vuole essere la celebrazione di un film. Riflettevo sul titolo, su come alcune volte gli innocenti siano persone costrette al silenzio. Persone che non hanno più il fiato di gridare. Vittime private della parola, esseri senzienti abbandonati al proprio dolore. Chiunque gridi a squarciagola raggiungerà prima o poi il limite che è iscritto nelle corde vocali, e cederà, si, cederà, come cede il pianto di un bambino all'indifferenza della madre. 


Chi ha sofferto troppo, chi ha subito tante delusioni, chi non ha raggiunto la gioia ma ha dovuto barcamenarsi tra le incombenze di una vita difficile, chi non ha  mai trovato una morale, chi non è riuscito a rifugiarsi nell'arte, chi non ha dato un significato trascendente alla propria vita, chi non ha trovato il senso della solidarietà e dell'aiuto come fuoco caldo di ristoro, chiunque abbia perso la religione come la fede nell'amore, chiunque sia rimasto per troppo tempo da solo con se stesso fino a sperimentare l'horror vacui, chiunque abbia guardato alle ombre per troppo tempo e sia rimasto ferito dalla luce, chiunque tutto questo, semplicemente, se ne sta in silenzio, non parla più. Guarda dritto davanti a sé, ma non vede nulla. Nessuna follia a colori squarcerà il velo della sua indifferenza. Nessun conforto gli porterà sollievo. 


Mi chiedo, il suo è un silenzio innocente?


Questa domanda mi desta da un lungo letargo. E' sopraggiunta quasi all'improvviso, ed è divenuta un post. 

Se l'uomo è artefice del proprio destino, allora anche l'innocente lo è. E se l'innocente può rimproverarsi delle colpe, allora quali sono le colpe dell'innocente? E' forse una colpa la fragilità dell'innocente? E' forse una colpa esser nato in una famiglia piuttosto che in un'altra? E' una colpa non aver ricevuto amore abbastanza da poterci credere ancora nell'amore? E' una colpa aver subito violenza? E' una colpa trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato? E' una colpa finire stritolati nell'abbraccio mortale di carnefici travestiti da angeli, vittime pure loro ma incapaci di accettare la propria condizione fino al punto di infliggerla ad altri? E' una colpa da ricercare, in fondo, la morte?


Le vittime innocenti sono agnellini in procinto di morire, quando non gridano più. Questo è un post inquietante, mi rendo conto,  ma talvolta la profondità ha un prezzo.


Di seguito uno spezzone tratto dal film "Il silenzio degli innocenti". Lo riporto per alleggerire la tensione che avverto nell'aria. :)