venerdì 9 giugno 2017

Vivere non è facile



Pensavo fosse semplice vivere, pensavo, sì, insomma, che ci vuole, non devi fare altro che respirare, camminare, mangiare tre o quattro volte al giorno, accomodarti al cesso con buona regolarità, scopare quando capita, e se rimane un po' di tempo, amare, sì, amare, come puoi, come sai fare, per quanto sai dare. Poi c'è da studiare, lavorare, dormire, aprire gli occhi, sempre con buona regolarità. Ridere, sorridere, a volte piangere. Leggere, magari scrivere. Viaggiare, cadere, salire e scendere. Volare, e perché no, sognare. 

Quand'ero piccolo ero assolutamente convinto fosse una cosa facile vivere. E che ci vuole, pensavo, e mentre lo pensavo i miei occhi fissavano il vuoto, come se quel pensare prendesse tutto il campo della realtà, come se non potessi pensare e contemporaneamente guardare anche alle cose che nel frattempo accadevano intorno a me, come se non ne fossi capace. Pensavo, e il mondo attorno a me si svolgeva senza che ne prendessi parte. Un giorno avevo dieci anni, e l'altro venti. Così, senza fatica. Succedeva pure che un giorno ne avessi trenta e l'altro dieci, come sei il tempo non contasse nulla, come se il tempo ce l'avessi dentro.

Incredibile. Perfino oggi che ho sperimentato il dolore della realtà, perfino adesso che so che vivere non è facile, io la penso come allora, e mi accorgo di vivere come quando ero bambino e pensavo e non vivevo, oppure vivevo senza pensare. Le cose accadono, a mi pare di non avere alcun potere su di loro. La vita si svolge a prescindere da me, dalla mia capacità di dare e di ricevere, dalle mie qualità e dai mie difetti, dai miei successi e dalle mie sconfitte. E che ci vuole, penso oggi come allora. E' per davvero semplice vivere, in quanto nulla dipende da me. 

Dal momento che non ho alcuna presa sulla vita, preferisco leggere. 


"A trentanove anni si cominciano a vagliare le cose con una certa lucidità, si distingue il grano che serve a nutrire la vita (amore, amicizie, lavoro), da ciò che è stato la fiammata di un momento, inutile persino per scaldarsi. Ci si aggrappa ai libri che veramente ci hanno segnato, si comincia a rileggerli e si può fare a meno di tutti gli altri. Rimangono gli amici veri, gli amori fedeli, l'impegno quotidiano in un lavoro, magari non riconosciuto dalla folla, che però serve, eccome se serve, perché è al servizio degli altri ed è il dispiegarsi della propria capacità di riparare. A trentanove anni rimane al centro del mio cuore l'amore grande, quello che nessuno può rovinare, l'amore che cura, l'amore che sostiene, l'amore che tace e che parla, l'amore che fa sanguinare e sognare, l'amore che salva perché è fedele e duraturo. E si fa strada nel cuore, come un'alba dopo la notte, la certezza che non può finire, perché è un amore che unisce gli impossibili: terreno e celeste, divino e umano, battagliero e pacificante". (Alessandro D'Avenia)


Succede a volte, per fortuna, che le parole scritte esercitino su di me tutto il loro potere. Che mi aiutino a dare concretezza alla mia vita, a unire i pensieri alla realtà. Leggo tutto ciò che mi aspetta o che sto già vivendo, e mi rassereno. Qualcosa, nella mia vita, dipende da me, da tutto che faccio o che ho fatto. Da quanto ho scritto oppure detto. Grazie alla lettura della parola scritta, io vivo, e comprendo che vivere non è facile, okay, ma, in fondo, è l'unica cosa che conta.
















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