Perchè creare un blog sulla poesia? Nessuno la legge. Mi sono detto. Poi mi sono accorto che più lo masticavo questo pensiero, e più lo digerivo. E, adesso che l'ho eliminato, mi sento finalmente pronto. Per una risposta. Scrivere di poesia è riconoscere il mondo sommerso che dà linfa all'altro mondo, quello che abitiamo. Questo blog vuole dare spazio alle parole. A quelle che diffondono e attraversano lo spazio come note. A quelle ancora nascoste.
Tra la cenere e la terra.
Esistono domande che siano più dotate di senso? Questioni più pregnanti che tengano aperta l'esistenza?
Mai come oggi risultano complicate, criptiche, disoneste.
Viviamo nell'epoca dei desideri consunti, dei no severi, a stretto giro di vite, dei rinuncio perché non riesco ad accettarti nei tuoi pregi e nei tuoi difetti, dei non posso perché non sei esattamente come ti ho sognato, o degli ancora è troppo presto, chissà che cosa può riservarmi la vita, dei maledetti bastardi, siete lì per farmi del male prima o poi: non mi fregherete mai!
Viviamo nell'epoca della rinuncia, a guardarsi dentro, ad attraversare le paure, a esistere, anche, perché no, in funzione dell'altro.
Ci avvolgiamo gli egoismi al collo come sciarpe, per non ammalarci di relazione. I social servono a questo, a evitare la pena di ogni stato febbrile. Lì siamo amati e venerati dai molti: chi potrebbe restituirci una considerazione maggiore? Lì siamo invincibili e imperituri.
Platone riteneva che l'amore fosse un balsamo per la ferita necessario a ricomporre due metà che anelano all'unità. L'amore come sutura. L'amore come intervento chirurgico indispensabile alla pienezza. L'amore come complemento del completamento.
Roth la pensava diversamente. Per lui l'amore non era il balsamo della ferita. Per lui l'amore era il taglio.
L'unica ossessione che vogliono tutti: l'"amore". Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.
Bè, come dargli torto oggi? Ce ne stiamo nelle nostre case chiusi a chiave, convinti illusoriamente di bastare a noi stessi, come se non avessimo bisogno d'altro. Come se non avessimo bisogno d'altri. Stiamo bene. Non soffriamo. Siamo unità piene, facciamo tutto ciò che vogliamo, ed espelliamo ciò che non vogliamo, come il desiderio dell'altro, come il desiderio che gli altri concentrano su di noi.
Poi ci capita di uscire fuori di casa, di incontrarci. In quel mistero che è il luogo intimo dell'altro, perdiamo tutti i nostri riferimenti. Come quando entriamo in una casa stregata, non sappiamo cosa aspettarci, ma sappiamo che avremo paura, che grideremo "Oh mio Dio, basta!". Ci basta il pensiero della paura per farci scappare via. Ci basta sapere che qualcuno potrebbe procurarci un taglio, la ferita di Roth, per sparire nel nulla.
"Vuoi amare?"
"Vuoi essere amato?"
Be', che dire? Se non vuoi rispondere a queste due semplici domande allora lasciati a casa, non concederti mai la possibilità dell'amore, benché sia l'unico sentimento che ci rende autenticamente vivi.
Ci sono persone che amano stare da sole, e altre che sono state obbligate a esserlo. Ci sono persone che sanno amare, e altre che non sanno cosa vuol dire, esattamente, amare. Difficile oltremodo distinguere le une dalle altre. Vi siete mai chiesti voi da che parte state? Soltanto nel rapporto diretto con un "tu", possiamo comprendere se facciamo parte dell'una o dell'altra categoria. Quando entriamo in una relazione, scopriamo quanto siamo capaci di amare, o se ne siamo capaci. L'incontro con l'altro, l'incontro quello vero, quello che avviene in profondità, svela tutte le nostre potenzialità e le nostre mancanze. E' sempre un incontro da benedire, intendiamoci. Dal momento che rappresenta un momento di crisi, di destrutturazione profonda del nostro essere, ha in sé un elevato potenziale di rinnovamento, o di rinascita. Purtroppo non a tutti è dato di sfruttare tale potenziale. Il processo di rinnovamento a cui faccio cenno, non è un processo automatico, e allora per alcuni l'esperienza dell'incontro autentico con l'altro si rivela destrutturante e basta, angosciante oltre ogni limite. E' forse a partire da questa considerazione preliminare che possiamo fare chiarezza. L'ipotesi è che se siamo cresciuti in un ambiente pieno di amore, allora sappiamo decodificare il linguaggio dei sentimenti, e sappiamo provare l'amore. In questo senso ci sentiamo pieni, e non abbiamo bisogno d'altre prove, di altre conferme. Se invece siamo cresciuti in un momento difficile della vita della nostra famiglia, e nessuno si è premurato di rispettarci, o di guardarci con gli occhi della devozione, o di comprenderci ben oltre i nostri pianti, allora questo linguaggio elementare non lo conosciamo e diventiamo sordi ai discorsi sull'amore. Ciò che operiamo, è la rimozione dell'amore. L'amore, per noi, semplicemente, non esiste. Necessariamente, daremo importanza ad altri aspetti.
Analizziamo questa seconda eventualità. Se siamo cresciuti in un momento o in un ambiente sfortunato, non abbiamo altra possibilità di sopravvivenza se non quella di chiuderci in noi stessi. Col tempo, impariamo a bastarci. Diventiamo egoisti per necessità. E se abbiamo bisogno di qualcosa, non essendo capaci di entrare in relazione profonda con un altro essere umano, perché nessuno ci ha insegnato a farlo in maniera autentica, ovvero con il linguaggio e le opere dei sentimenti, impariamo l'arte del raggiro e della manipolazione. Impariamo a sfruttare le debolezze degli altri, quelle che per noi sono debolezze, come il bisogno di approvazione o il bisogno di sentirsi amati, oppure la bontà, per raggiungere il nostro scopo. Perché lo facciamo? Perché dobbiamo a tutti i costi approvvigionarci di tutto ciò che ci sembra un requisito indispensabile per vivere. Scopriamo di aver bisogno di successo, di visibilità, di uscire dall'anonimato del nostro cuore. Se nessuno ci ha guardato con gli occhi dell'amore come un gesto gratuito quando eravamo piccoli, qualcun altro dovrà farlo, costi quel che costi, quando diventiamo grandi. Così alziamo le antenne, e impariamo a intercettare possibilità. Facciamo fuori i concorrenti in maniera sleale, ci prendiamo tutto ciò di cui abbiamo bisogno, con l'inganno. Diventare grandi, vuol dire diventare furbi e diffidare delle buone intenzioni degli altri. Anche gli altri vogliono sfruttarci come noi tentiamo di fare con loro. Dobbiamo stare attenti. Non possiamo prestare il fianco alla fragilità, mai. Lì fuori c'è qualcuno che vuole approfittarsi di noi, come hanno approfittato di noi da piccoli. C'è qualcuno che è insensibile ai nostri bisogni, che gode a umiliarci. Bisogna stare in guardia. La vita è una guerra.
Se una persona così bardata per la guerra incontra una persona speciale, cosa succede? Se incontra una persona che è capace di amare, e che riesce, non si sa bene come, a provocare in lei un movimento interiore di elettricità. Una persona che coi suoi modi riesce a mettere in dubbio le certezze fino allora inconfutabili del suo Io. Cosa succede se una persona siffatta ne trova un'altra che comincia a parlargli col linguaggio del cuore, scandendo le sillabe, come a un bambino incapace di muovere i primi passi? Accade la felicità, pensate? No vi dico io. Accade che la persona perda l'armatura e con essa tutte le sue certezze, e tremi nuda e indifesa al pensiero che qualcosa o qualcuno voglia conficcare un pugnale sconosciuto nel suo petto. Può succedere che provi vergogna per tutto ciò che non conosce. Può accadere che si senta stupida.
Questo isolamento obbligato mi ha imposto di guardarmi dentro, ma anche, al contempo, di guardare meglio fuori. Tra le serie netflix che hanno allietato le mie serate, ce n'è una che mi è rimasta nel cuore e mi ha spinto a scrivere questo post. Si tratta della serie animata intitolata "Bojack Horseman". Bojack è un attore di Hollywood, un cavallo. Ma soprattutto è un uomo. Si, è al contempo un cavallo e un uomo, con tutti i suoi punti di forza e le sue debolezze. Brucia tutto ciò che tocca, non sa cosa vuol dire amare. E' circondato da persone che a modo loro gli vogliono bene, e che rimangano spesso deluse per i suoi comportamenti o le sue omissioni. Ha un passato difficile Bojack. Bojack è un uomo, sì, un uomo fin troppo umano. La canzone della stagione finale della serie, Mr. Blue, ovvero il signor Tristezza, rappresenta molto bene il personaggio, come rappresenta bene tutti coloro i quali hanno avuto la sfortuna di non essere mai stati amati da piccoli, e tentano in ogni modo di riscattare la propria triste condizione drogandosi di cinismo e arroganza. L'incontro con il "Tu" di Diane Nguyen riuscirà a redimere Bojack? Ovviamente non vi spoilero nulla, per questo dovrete guardare la serie. Posso soltanto dirvi che ci abbiamo sperato tutti, fino alla fine.
Da che parte stiamo noi? Quali sono le potenzialità che abbiamo? Siamo capaci di lasciarci sconvolgere dall'esperienza della relazione diventando persone migliori?
E' indubbio che il quesito meriti di essere vissuto.
Ci sono canzoni capaci di squarciare il silenzio geloso in cui sa chiudersi un'anima. Sulle note portano emozioni che la poesia può toccare senza sporcare. Veicolano parole che tornano dentro, provenienti da un futuro non ancora vissuto. Sono canzoni capaci di catturarti ben prima tu possa decidere cosa fare, se andare o non andare. Se intraprendere quell'unico viaggio o meno. Il viaggio di un amore che non vuol finire.
Come si rapisce per sempre un momento d'amore? Come tornare a quella gioventù che tanto orgogliosamente ha osato? E ancora, come riportare avanti un nastro già per bene avvolto su se stesso?
E tu perché non parli?
Una parola sospenderebbe il mio rancore
Io non so più quello che dico
Umiliata in silenzio
Forse strappata dal mio sentimento
Forse, semplicemente, non si può. D'altra parte sarebbe stupido cogliere un fiore sperando non appassisca mai. La verità è che non si può amare sempre come quel primo momento. Ma tra le verità che la vita ci offre, di certo questa è l'unica che non vale la pena gridare. Lecito nutrire dubbi riguardo all'amore quando non si avverte più il calore della fiamma che brucia. Ma è proprio necessario ravvivare il dolore della perdita ripercorrendo il passato?
E c'è una luna turchese e diamante stanotte
Che ferirebbe ogni cuore
Sì, sono triste e mi manchi
Anche se ti cammino accanto
Sempre caro sei stato al mio dolore
Dammi solo un po' d'acqua
Perché ho aspettato tanto
Perché ho vissuto sempre
Tra speranza e incertezza
Per poi tornare da te
Basterebbe sussurrarsi che quell'amore non è più necessario, a bassa voce, senza perdere mai la cognizione del tempo. Quell'amore ha dato nerbo e sostanza all'intera esistenza, che necessità c'è di spremerlo ancora?
E tu luce di luna d'acciaio e diamante
Che dal cielo spezzi i muri e le catene
Guarda questo mio amore così cieco e costante
Senza quasi ragione, che si possa capire
Se i giorni da adesso, cominciassero di nuovo
Che importerebbe tutto quello che ho detto
Non è tardi stanotte
Nemmeno per me
Purtroppo non possiamo accettare la morte e che tutto sia destinato a finire, perfino l'amore. La tenacia con cui amiamo coincide col nostro istinto di sopravvivenza. Questa consapevolezza ce la regala la luce di una luna d'acciaio e diamante che brilla questa notte, come brillava la scorsa.
In fondo, possiamo aspettare con fiducia che ci illumini anche domani.
Non è il tempo delle parole. Siamo in guerra. E la guerra è il tempo delle azioni, non delle parole. In questi giorni disperati, ci aggrappiamo a tutto ciò che possiamo. Ma la verità è che non possiamo aggrapparci alle parole. Non possiamo aggrapparci alla poesia.
Suonano di sconfitta le parole quando lì fuori c'è gente che muore, gente che non ha più il fiato per le lettere. Attaccati a un ventilatore troviamo il nonno e il nipote, i genitori e i figli, il fratello e la sorella. E allora sembra quasi che ciascuno di noi debba stare in silenzio, per rispetto. E per riflettere.
Le immagini del Papa a San Pietro hanno fatto il giro del mondo. Le parole del Papa hanno avuto un effetto consolatorio, è vero, ma ciò che ha bucato lo schermo è stata la solitudine dell'uomo, sotto la pioggia battente, metafora di ciò che ognuno di noi vive nella propria interiorità. La pioggia è l'inevitabile, tutto ciò che non possiamo controllare. L'evento avverso. Ma la pioggia ha anche una funzione catartica. La purificazione della pioggia è la stessa del fonte battesimale. Siamo chiamati a rinascere come Comunità. A cominciare da domani una nuova vita. Dobbiamo rinascere, sì, e non perché si avvicinino i riti pasquali, ma perché l'uomo è chiamato a vestire i panni di una nuova purezza.
Il nostro mondo stava andando in malora, e allora la natura ha smesso di proteggerci. Ci ha lasciati da soli la natura, oltraggiosa lei, di fronte al volto pietrificato di Dio. Pietrificato, già, come a San Pietro il volto di Francesco. Lui, il primo degli uomini. L'intermediario dell'umanità. L'uomo che si spoglia dei suoi abiti, e rimane nudo, impotente. L'uomo che prega da solo, sotto la pioggia, con la pioggia dentro, le lacrime di tutta l'umanità concentrate nel cuore. Lui, Francesco, si affida a Dio. Noi uomini, ci affidiamo a lui.
La parola del Papa è parola laica, ma intrisa di religiosità. E' rivolta allo stesso modo a credenti e non credenti. Attraversa l'anima impaurita di chi non può avere certezze rassicuranti. Non dalla scienza, non dalla psicologia, non dalla religione, non dalla persona amata. Siamo distanti, e mai così vicini. Partecipiamo tutti quanti e allo stesso modo al destino del mondo. Ci siamo incatenati a casa, prigionieri di noi stessi. Siamo i carcerieri e i carcerati, siamo i giudici e i colpevoli. Dio ha rimesso a noi i nostri debiti. In questo modo, realizza la sua parola.
Ho sempre pensato che l'uomo per così dire evoluto, l'uomo che ha potuto beneficiare del progresso, prima o poi, avrebbe dovuto fare i conti con se stesso. Pensavo a un guerra, una carestia. E' arrivato un virus dal nome stupido ma regale, dalla corona di spine, un virus cattivo e incattivito che continuerà a mietere morti anche quando debellato. Perché ha invaso i gangli dell'umanità, ha corroso alla radice ogni logica economica, e dunque porterà alla rovina.
Nel buio che viviamo, dove è difficile che arrivino i raggi del sole, siamo chiamati comunque a vedere. Con gli occhi chiusi, sì, dobbiamo vedere. Il futuro che ci aspetta sarà la nostra liberazione. Dovremo ringraziare gli uomini che sono morti per noi. Dovremo celebrare riti di rinnovamento e di speranza. Dovremo estirpare da noi l'egoismo, l'arroganza del potere e dei soldi, e riscoprirci solidali, uomini tra gli uomini. Dovremo imparare ad amarci veramente.
Non è il tempo della poesia questo, ma forse, come uomo, io per primo sono chiamato a credere che anche questo sia il tempo della poesia. Si, devo piegare dentro di me ogni resistenza, sforzarmi di trovare un senso, trasformare questo lutto oscuro in luce ridente. E allora, non l'uomo, non il poeta, ma il futuro vi chiama per infondervi coraggio.
Mi sembra che il titolo non si presti a considerazioni di carattere poetico, ma dal momento che tutto ciò che viene prodotto in fase creativa dev'essere valorizzato, e avendo partorito questo titolo da chissà dove, da qualche luogo oscuro che sapessi dove si trova, avrei già dato una definizione esaustiva di creatività, vi parlerò comunque dei calzini e della logica che li muove. E' esperienza comune, dopo aver fatto la lavatrice, che i calzini si mischino, e che dopo averli asciugati debbano essere accoppiati per colore, ricamo e lunghezza. Essendo i calzini degli uomini spesso simili, se facciamo eccezione per quelli sgargianti e colorati che soltanto alcuni possono permettersi, succede, quando andiamo di fretta, di accoppiarli malamente, e di accorgerci dell'errore di averli accoppiati male soltanto la mattina, quando dobbiamo andare a lavoro e li abbiamo già indossati, e viene alla luce che il calzino destro, così simile per quanto concerne il colore a quello di sinistra, in realtà abbia una lunghezza leggermente diversa. Sebbene la cosa ci crei fastidio, non abbiamo il tempo di controllare qual è il calzino gemello tra gli altri che teniamo stipati nel cassetto, e allora pensiamo fanculo! e usciamo di casa, accettando la mancanza di comfort e ricacciando indietro pensieri ossessivi e bestemmie. Poi succede anche, dopo averli usati, di buttarli nella cesta delle cose da lavare, e che la mattina dopo ci accorgiamo dell'altra coppia di calzini spaiati, e ancora una volta li indossiamo sebbene con grande disagio quei calzini così diversi, perché andiamo di fretta e pensiamo che prima poi questo circolo vizioso finirà. Alla lavata successiva, cerchiamo di accoppiarli bene questa volta, in modo da non soffrire più della mancanza di comfort, e di camminare per le strade della vita a testa alta, felici.
Non parlerei mai dei miei calzini se non ci trovassi qualcosa che ha a che fare con l'amore. La logica seguita dai calzini, è anche quella delle relazioni. La vita ci mischia e ci confonde, così ci ritroviamo accoppiati a persone che per qualche aspetto sono simili a noi, e sembra ci somiglino, quando invece poi, con il passare del tempo, simili a noi non si rivelano affatto, e allora sentiamo la nostalgia di quel calzino perfetto che ci rispecchia, e si accoppia a noi che è un piacere, e che abbiamo perso in qualche momento della nostra vita, o non abbiamo mai conosciuto. Come ci ricorda Platone nel "Simposio", all'origine dei tempi gli esseri umani non erano suddivisi per genere, ma erano degli ermafroditi, ciascuno con quattro braccia, quattro gambe e due teste (con due organi genitali diversi o uguali, aggiungo). Quando gli ermafroditi, in sé completi, cominciarono a divenire insolenti nei confronti degli dei, Zeus decise di punirli, e con un fulmine li separò in due parti, creando da ogni essere primordiale, un uomo e una donna (o due uomini e due donne, aggiungo). Come conseguenza, nella vita, ogni essere umano cerca di ritrovare la propria iniziale completezza cercando la propria metà perduta.
Quando abbiamo la fortuna di incontrare quella persona che abbiamo perso nella lavatrice della nostra nascita, e di riconoscerla, all'improvviso ci sentiamo completi, senza alcun bisogno d'altro. La nostra religione diventa l'amore, e il sesso diviene quel momento mirabile in cui l'essere ermafrodito si ricompone, per poi sciogliersi nuovamente, ma mai definitivamente, in un abbraccio.
Non adoro Gabbani, ma quest'anno, a Sanremo, ha portato un pezzo che trovo molto poetico, in quanto leggero e profondo allo stesso tempo. Il suo "viceversa" in fondo rappresenta lo stupore del riconoscimento, la concretizzazione dell'empatia che è necessaria in ogni storia d'amore, la consapevolezza della necessità dell'amore di trovare le risposte alle domande della vita nell'amore. L'amore, in sé, si basta, perché trascende le differenze e le imperfezioni, e raggiunge l'unità.
Avete visto di che colore sono i calzini di Gabbani?
Più trascorre il tempo e più mi convinco che siamo tutti fragili. Ci sono persone che hanno il cuore fragile, altre che hanno fragili i pensieri, sempre diversi, come partoriti da mille cervelli diversi. Ci sono poi quelli che hanno fragili i geni, e quelli che hanno fragili i ricordi. Coloro che hanno fragili le gambe non possono camminare, mentre coloro che hanno fragili le emozioni non possono vivere senza dover ogni volta sanguinare al pizzicotto di una offesa. Quando penso a tutta questa fragilità, una parte di me soffre, l'altra invece sorride. Ci muoviamo in un mondo surreale dove i fenomeni da baraccone siamo noi. Come dentro a un circo, siamo noi gli animali che stanno lì a saltare al colpo di frusta dell'ennesima imposizione. O come all'interno di un parco dei divertimenti, le attrazioni pericolose che producono adrenalina, quelle siamo noi. Bombe a orologeria pronte a esplodere in qualsiasi momento, donne cannone e acrobati impazziti siamo, e ci teniamo per mano guardando alla luna, convinti di dover ancora partire per quel viaggio che alla fine ci porterà, attraverso gli spazi infiniti dell'universo, oltre le stelle, a mettere finalmente il piede sulla superficie irregolare dei nostri sogni. Che tenerezza che facciamo. E quanto amore suscitiamo noi, con tutta la nostra fragilità.
Mi fanno innamorare tutte queste nostre note.
Un augurio di buon anno a tutti voi, gente coraggiosa.
Le vigilie di Natale sono sempre diverse. Non ce n'è mai una che sia uguale all'altra. E questo perché trascorrono gli anni, cambiano situazioni e contesti. Cambiamo noi. E allora una vigilia è triste perché ci sentiamo nostalgici, un'altra ci appare luminosa perché siamo pieni di energia e nuovi propositi, e un'altra ancora felice, così, senza motivo, soltanto perché ci sentiamo felici, ecco tutto. Ché non c'è per forza bisogno di trovare una ragione per essere felici. E anche vero d'altra parte che le vigilie di Natale sono pure uguali. C'è un sentimento comune che le rende simili. Mai come la vigilia di Natale sentiamo il bisogno, più o meno consapevole, di raccoglierci attorno a un fuoco assieme alle persone che per noi contano davvero. E vedete, non è che sia così importante che quel fuoco ci sia veramente, magari dentro a un camino, no. Ciò che è importante è trovare l'emozione di un sorriso sincero, il racconto di una storia avvincente che leggiamo in un volto illuminato dalle luci di un albero colorato o di una candela piuttosto che dalla luce piatta di un iphone. L'esigenza che sentiamo, ad ogni vigilia, è quella di dare e ricevere calore. Come per un bisogno di conciliazione, con gli altri, certo, ma forse, ancor prima, coi fantasmi che ci portiamo dentro. E allora, a prescindere dal senso che attribuiamo a questa festa, che sia religioso o meno, è questo che vi auguro. Di vivere questo giorno di conciliazione, conciliati. :) Buona vigilia!